giovedì 11 maggio 2017

DON'T GROW UP, IT'S A TRAP



Il mio mito è Peter Pan. 
Chi mi conosce lo sa bene.
Personalmente non ne ho mai fatto mistero.
I lettori più attenti avranno notato che ho usato il presente indicativo non l’imperfetto.
Il mio mito È Peter Pan.
E da una vita mi sento dire «DEVI CRESCERE!».
Ed io alzo puntualmente le spalle e vado avanti: è impossibile colorare le persone grigie.
Il grigio ha questa particolarità: riesce a “ingrigire” qualsiasi colore viene mischiato con esso.
Ad esempio, un colore brillante come il giallo, unito al grigio, diventa spento, e perde il suo carattere acceso. Diventa un giallo malaticcio.
Grazie al mio coach di inglese oggi ho scoperto un interessante articolo sul sito della BBC che conferma questa mia idea.
Doveva essere solo un compito di “reading and understanding” ma è servito a ridare luce al ...giallo malaticcio.

Crescere è una trappola!
Ho avuto la conferma che per un creativo occorre tornare bimbi per riappropriarsi della vena creativa fresca ed incontaminata.
Nell’articolo si racconta un aneddoto accaduto a Paul Lindley, imprenditore britannico pluripremiato che ha fondato un “brand” per una linea di prodotti di alimenti biologici per l'infanzia chiamata «Ella's Kitchen».

Un giorno Paul mostrò a un gruppo di bambini piccoli una serie di frullati coloratissimi e chiese senza che potessero assaggiarli: «Qual è il migliore?».
Suo figlio, Paddy, quattro anni, indicò subito uno dei frullati e disse sicuro: «The red one», ovvero “quello rosso”. Poi proseguì, «Rosso come la mia macchina fiammante».
Lindley accettò il consiglio e decise di proporre l'idea al consiglio d'amministrazione: il primo prodotto della sua nuova azienda di alimenti biologici per bambini avrebbe avuto proprio il nome di «THE RED ONE», e ovviamente la confezione sarebbe stata color rosso acceso. 
Il viso dei consulenti di branding dell’azienda assunse lo stesso colore della scatola. Rosso tendente al viola.
«Solo un pazzo può lanciare un prodotto come questo con una scatola color rosso. E tanto meno per una linea di prodotti biologici» dissero stizziti e saccenti. Ed anche un po' superbamente.
Gli proposero una sfumatura pastello sul verde e marron capace di trasmettere un messaggio più "naturalistico" adatto per i suoi prodotti 
«I colori accesi e brillanti –ribadirono– avrebbero potuto dare una percezione sbagliata». 

Lindley invece non volle tradire la creatività di Paddy. Fu cocciutamente irremovibile.
E con la decisione di riappropriarsi della mentalità di un bambino vinse la sua sfida.
«Il mondo degli adulti punta solo al risultato ma ha perso il coraggio pur di ridurre al minimo il rischio, la conformità e la convenzione –rispose loro Lindley– al contrario, i bambini non rinunciano al pensiero libero, alla fiducia in se stessi e all'immaginazione».
Ella's Kitchen, ora è diffusa in oltre 40 paesi e vende ogni anno più di 100 milioni $ di alimenti per bimbi e neonati.
Paul Lindley ha fatto quindi bene a seguire l'idea geniale di Paddy.
La lezione che ci da è quella di vedere i bambini come "adulti in tirocinio", riconoscendo la loro creatività, curiosità, determinazione, ambizione e socialità che sono più affidabili di un esperto di marketing.
I bambini sono un po' come "la ricerca e sviluppo” della specie umana mentre gli adulti sono "la produzione e il marketing": si tratta di prendere quelle cose positive dalla tua infanzia e amplificarle, frugando nella memoria, ricordarle e riscoprirle nella tua vita adulta.

Io questo lo dico da sempre. 

Questa per me è solo una conferma.
Non sapevo neppure chi fosse Paul Lindley, ma da sempre io non sono disposto ad abbandonare la freschezza della creatività senza regole dei bambini. Ed è per questo che –purtroppo!– mi scontro quotidianamente con tanti cyborg freddi e distanti, pre-programmati in base al microchip invisibile che è stato inserito nel loro cervello dalle convenzioni sociali.
Essere maturi vuol dire essere standardizzati.
Il coraggio di Paul Lindley ci conferma che osare paga.
Forse non immediatamente, ma paga.

Non lo dico io che non ho nessuna competenza. 

Alison Gopnik, professoressa di psicologia e filosofia presso l'Università di Berkeley in California ci spiega –da un punto di vista professionale– che, crescendo, le parti prefrontali del nostro cervello, deputate alla progettazione, mettere a fuoco e necessarie per il processo decisionale, prendono il sopravvento rendendo il nostro pensiero sempre più inquadrato, impedendoci di sognare e immaginare diverse possibilità oltre quelle incastonate nelle regole.
La prof.ssa Gopnik ha scoperto l’acqua calda: gli adulti non sanno sognare.

Non vi basta?

Sentite che cosa ha scoperto Darya Zabelina,  neuroscienziato cognitivo presso l'Università Boulder in Colorado: alcuni studenti universitari a cui è stato chiesto di immaginare di avere 7 anni dimostrarono molto più inventiva a test standard di pensiero creativo di quelli ai quali era stato chiesto di restare nella loro mentalità di adulti.
Quando viene chiesto di descrivere come trascorrere un giorno di riposo, quest'ultimo gruppo elencò i lavori di lavanderia, lo shopping o riposare.
L’altro gruppo, invece, espresse il desiderio di andar a far visita alla nonna, giocare con gli amici o trovare il cono  gelato “più grandissimo” che esiste.
Ecco qual è il punto.
Gli adulti vivono di password, di caselle da riempire come efficienza, utile, profitto, risultati, target, fatturato.
I bambini hanno un unico target: fare ciò che piace.

Nel suo libro «Little Wins: the Huge Power of Thinking like a Toddler» (“Piccole vittorie: Il potere enorme di pensare come un bambino) Lindley dà l'esempio pratico.

Mi piace fare un altro esempio.
Nel 1940 Jennifer, una bambina di 3 anni fece una delle tante domandine banali al papà: chiese perché non poteva vedere subito la fotografia che aveva appena scattato. 
Suo padre, il fisico Edwin Land, ci pensò su a lungo. 
E quella domandina banale lo portò ad inventare la fotocamera Polaroid.
Semplice no?
Fu importante la genialità di Edwin Land, ma ci volle la scintilla di una bimba di 3 anni per arrivare al risultato.
Per il mondo degli adulti, purtroppo, le distrazioni "infantili" sono viste come incompatibili in un ambiente di ufficio.
Io anche io ne pago lo scotto.
E poiché le grandi aziende (anche quelle che si rivolgono ad un pubblico di bambini!) sono gestite da adulti, ne deriva che la razionalità ottusa, camuffata da professionalità, oscura e annichilisce la creatività dei bimbi che loro stessi sono stati.
Per fortuna c’è anche qualche manager geniale che ha avuto l’intuizione geniale e coraggiosa di ideare “piazzuole per adulti” negli uffici.
Google (non certo un'azienda qualsiasi!) ha aperto la strada all'introduzione di diapositive e giochi nei suoi uffici.

Anche l’agenzia di marketing digitale Sleeping Giant Media ha seguito un’idea molto simile. 
Tenere riunioni in una sala riempita di palline di gomma colorate per stimolare la creatività...

Ovvio che non tutti hanno gradito queste scelte.
Jeremy Myerson, esperto di design di ufficio al Royal College of Art di Londra, come un ideale consorte della famigerata Signora Rottermeier, in modo algido e sprezzante ammonisce sui rischi di "infantilizzare" i dipendenti, poiché quelli che siedono vicino a giocattoli possono essere distratti dal rumore di altri che li usano.
Io non posso che esprimere tutto il mio  accorato compatimento per i figli di mr. Myerson (ammesso che una persona tanto ottusa abbia dei figli!).
Infine voglio concludere con due aforismi:
il filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche «La maturità di una persona consiste nell’aver trovato di nuovo la serietà che aveva da bambino, quando giocava» ed il grande Platone affermava che  
«si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione».
Ecco perché mi piace scrivere, ecco perché mi piace la comunicazione: 

perché per me questo è un gioco.
E a voi piace ancora giocare?

martedì 9 maggio 2017

CAROSELLO: quando rèclame vuol dire emozione.

C'era una volta Carosello, ed ora non c'è più.
Purtroppo! Il nonno di tutti gli spot.
Quando ero bamb... ehm...
È più forte di me, non riesco a cominciare con «Quando io ero bambino».
Non ce la faccio.
«Ai miei tempi…» poi non ne parliamo.
Roba da ospizio con la dentiera traballante e il bastone con il pomello argentato.
Quasi quasi prendo a prestito un altro incipit quello del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry. 
Allora dico che il bambino che sono stato stato era ipnotizzato da “Carosello”, uno dei programmi televisivi di maggiore successo della TV italiana, andato in onda dal 1957 alla fine del 1976.
Chi c’era ricorderà la sua sigla, la tarantella "Pagliaccio", del repertorio napoletano dell'800, ri-arrangiata dal maestro Raffaele Gervasio.
Carosello, (lo spiego alle nuove generazioni!) racchiudeva una serie di spot (pardon, quelle erano“réclame”) subito dopo il TG delle 20.
Non c’erano solo testimonials ma personaggi ideati per l’occasione, come Carmencita, Calimero, la mucca Carolina, Susanna tutta panna e tanti altri che divennero vere e proprie stars e nella mente dei telespettatori più… (anziani penserete? no, più esperti!) sono ancora adesso rimasti appiccicati ai marchi pubblicizzati.
Quei personaggi erano tutt'uno con il prodotto reclamizzato. Erano inscindibili.
Quelle rèclame sono rimaste nella storia della televisione italiana, come anche modi di dire entrati ormai nel linguaggio comune. 
«Basta la parola» e a tutti balenava nella mente un noto lassativo.
«Le stelle sono tante, milioni di milioni (…)» e ci veniva l’acquolina in bocca per un celebre insaccato. 
«Contro il logorio della vita moderna» e ci sentivamo in mezzo al traffico…
Ma non posso certo elencarveli tutti… non ci ho mica «scritto Jo Condor».

L'idea vincente fu quella di far passare la pubblicità come divertimento, utilizzando in particolare i generi in cui l'Italia allora era maestra: la commedia all'italiana, la rivista e l'avanspettacolo.
Vent’anni di profonde emozioni. 
Vent’anni intensi di veri e propri minifilm con una coda in cui si presentava il prodotto. 
Duravano 2 minuti e 15 secondi ma il messaggio pubblicitario era relegato agli ultimi  30".

Arrivarono poi gli anni ’80, trionfo degli spot brevi con un claim chiaro capace di arrivare subito al dunque senza molti giri di parole. Senza perdere troppo tempo. 
Perché per le società del prodotto da reclamizzare il tempo è denaro!!
Poi con i social networks si arriva ancora più velocemente al dunque con un messaggio virale che cerca di conquistarti con un like.
Come avviene per un post oppure un commento che ci ha colpito o meno.
Il domani sono le Sponsored Stories, ossia vere e proprie forme di marketing sulle quali Facebook sta lavorando già da mesi.
In pratica prevedono dei testi sponsorizzati legati ad un freddo algoritmo per ottenere una maggiore visibilità sul sito.

Nulla a che vedere con l’emozione delle ministorie di Carosello.
Innegabilmente possiamo definire “Carosello” come il nonno degli spot.
E proprio con questa stessa similitudine possiamo spiegare l’evolversi dei costumi sociali.

I nostri nonni -ad esempio- iniziavano una relazione con la ragazzina incontrata a Messa con un sottile gioco di sguardi e ammiccamenti molto misurati senza esporsi troppo presto e troppo in fretta, per poi arrivare solo al termine del gioco al “messaggio”.
Ora i nipotini si ritrovano coi loro corpi avvinghiati ancor prima di sapere i rispettivi nomi.
Mordi-e-fuggi.
Proprio come negli spot: in quei 30” di pubblicità si deve “dare” tutto.
Peccato che manchi quell’emozione che ti faceva assaporare il prodotto.

I nostri nonni -ad esempio- organizzavano un cenetta (a lume di candela) con la ragazza sulla quale avevano posato gli occhi. E forse dopo cena, chissà, ci scappava un bacio.
Ora i nipotini si ritrovano a mangiare in piedi in un angolo appartato, un “paninozzo” all’uscita di un fast-food. 
E nel mentre uniscono il piccante del ketchup... al piccante dei sensi.

Carosello aveva anche delle regole di bon ton.
In 20 anni, non è mai andato in onda il 2 novembre e il Venerdì Santo ed in occasioni tragiche come la morte di papa Giovanni XXIII, di John Fitzgerald Kennedy.

Anni fa ci fu una crociata contro gli spot “che interrompevano le emozioni”, ora invece gli spot interrompono anche le “breaking news” in occasioni di gravissime tragedie. Pecunia non olet.

Ecco perché io rimpiango le emozioni di Carosello dopo le quali, da bravo bambino obbediente andavo subito a nanna…
E a pensarci bene, non esistono più neppure i bravi bambini obbedienti. 
Chiusi nella loro camera armeggiano col tablet fino a tardi.
Bei tempi, Carosello.

sabato 6 maggio 2017

OUI, JE SUIS VINCENT BIGEATER!

Facciamo un gioco? Pensate a un brand qualunque e cercate di ricordare se per la sua campagna di comunicazione viene usato, o meno, un testimonial.
Scoprirete che sono molte poche le aziende che, ormai, per le loro campagne pubblicitarie non si appoggiano a un volto noto.
Gli esperti del settore la chiamano «celebrity endorsement» e per non tediarli e apparire troppo didascalico non mi sogno di spiegare loro cosa significhi questo termine inglese.
Per tutti gli altri miei lettori sarò più gentile e disponibile: con quel termine albionico si indica l’utilizzo di un personaggio celebre, che un’azienda sfrutta -per fini pubblicitari- per la fama e per le sue particolari caratteristiche fisiche e morali.

Utilizzare personaggi famosi nelle campagne pubblicitarie, ha quel “quid” in più per raggiungere gli obiettivi di comunicazione perseguiti dall’impresa: è più efficace. 
Questa potenzialità nasce in Italia nel 1957 con il caro (e rimpianto) Carosello.
Il testimonial era scelto, oltre che per la sua notorietà, soprattutto per la sua capacità recitativa.

Ma la scelta del personaggio deve essere coerente con l’immagine del prodotto e deve essere ben ponderata, sia per l’azienda che… per il testimonial.
percezione positiva.
La visibilità, la coerenza tra testimonial e prodotto, l’appeal (o capacità attrattiva, la credibilità, il carisma sono tutti fattori essenziali per raggiungere lo scopo.
L
 Certo quando al carisma si unisce lo stile e la classe, si può semplicemente scendere da un’auto e presentarsi come fece una grandissima attrice francese con uno chiccoso tailleur rosso per una auto italiana. 
Quel Oui, je suis Catherine Deneuve negli anni ’80 fu un must che molti ricorderanno.

C’è poi chi riesce, in un'impresa quasi impossibile, a mostrare carisma anche non apparendo: come un famoso allenatore di calcio portoghese al quale è stato affidata un’ironica campagna di comunicazione basata solo sulla sua voce. 
«Chi è?» direte voi. The “special One”, of course.

Poi talvolta può accadere che il carisma invece sia in …caduta libera come per il golfista Tiger Woods, testimonial di una bibita energetica, coinvolto in uno scandalo su un giro prostitute d’alto bordo. 
E così, oltre al divorzio con la moglie, arrivò anche quello con la famosa azienda e …addio alla strapagata collaborazione. Voleva metterci la faccia e… fu costretto a coprirsela dalla vergogna mentre veniva fatto salire sulla macchina della polizia.

La notorietà del testimonial può anche focalizzare l’attenzione sul VIP che si trasforma in Medea o in Conte Ugolino, fagocitando il prodotto o la marca che doveva promuovere creando così un vero flop comunicativo.
Ciò che gli esperti definiscono «effetto vampiro» (ma anche questo gli esperti del settore lo sanno già!).

Come nel caso di una ditta di abbigliamento "balneare"  che –inopitamente!– scelse  come testimonial per la promozione della sua linea, l’ex consigliere della Regione Lombardia, Nicole Minetti sperando di cavalcare la momentanea fama.

Mal gliene incorse.
Il popolo del web si scatenò (…non sempre con frasi ironiche!).
Su Facebook, l’azienda prese il toro per le corna:

“Sì, volevamo attirare la vostra attenzione. A quanto pare Nicole Minetti modella durante una sfilata Parah è riuscita ad ottenerla. […] Al giorno d’oggi l’unico modo per colpire l’attenzione sembra essere quello di stupire e creare scandalo, ecco perché spesso i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata, ancora meno se i testimonial sono ragazzi e ragazze scelti tra la gente comune. (…) Ci dispiace aver turbato qualcuno, ma se l’abbiamo fatto è stato per portare l’attenzione su quello che vuole comunicare la nostra azienda"
Altra campagna bloccata è stata quella di Alex Schwazer come testimonial di un’azienda dolciaria torinese.
Il problema nacque quando Schwazer venne accusato di doping che oltre a fermare la sua marcia verso l’oro alle Olimpiadi, fermò anche …il contratto.
Il rischio di sbagliare la scelta del proprio testimonial è sempre in agguato.

O c’è invece chi trova in uno spot il trampolino di lancio per una carriera cinematografica, come Charlize Theron ed il suo abitino che si smagliava (facendo sperare i maschietti che –per una volta!– lo spot si protraesse oltre i 30’!). 
O un giovanissimo Brad Pitt che nel 1991prestò le sue doti fisiche ad una marca di jeans  (prima di prestarsi –senza essere pagato– ad essere testimonial di superalcoolici)…

Ma gli spot sono anche l’uscita di sicurezza per attori e attrici hollywoodiani in declino che accettano di parlare con le galline, offrire caffè alle ospiti o pranzare con pesce in scatola in riva al mare o fare le commesse in un negozio di calze...
Poi ci sono quelli che, dopo aver passato tutti gli anni ’80 a disinnescare ordigni per Los Angeles e hinterland, ora non riescono a trovare la connessione ideale per il tablet.

Ma parlando di testimonial, non possiamo scordare Giovanni Rana che negli anni ’90 non si limitò a metterci la sua faccia per pubblicizzare i tortellini  ma interagiva con famosi personaggi come Marilyn Monroe, Clark Gable, Stalin, o Don Camillo in surreali sketches con l'uso di computer graphic.

Molti esperti si saranno annoiati leggendo questo pezzo perché non ho detto nulla di nuovo e tutto questo loro lo sanno già. 
Ma io vi dico che mantengo –orgogliosamente!– entusiasmo del neofita che ogni volta si emoziona per ciò che gli piace.

Avrò letto, forse, varie decine di volte la poesia «The road not taken» di Robert Frost, ed ogni volta riesce a …«riempirmi l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di essa». (Spero che il buon caro Immanuel mi perdoni per la citazione).

venerdì 5 maggio 2017

Maglia Rosa o maglia rosa?



5 maggio, l’Italia intera freme in attesa del 100° Giro d’Italia e le sue cronoscalate.
Ed io vi propongo una  “cromoscalata”.
Sì, cromoscalata in senso cromatico, ovvero dal greco antico χρῶμα cioè «colore».

E quale è il colore del Giro d'Italia?
Il Rosa!

Facciamo un gioco: Se dico rosa....?
-Fiori rosa, fiori di pesco... 
e qui andiamo giù rimembrare i ricordi adolescenziali con la chitarra in mano in riva al mare.
Vedo già una lacrimuccia scendere nel ricordo dei tempi passati

-Rosa, rosæ, rosæ… (se volete continuate la declinazione. In palio un ...mazzo di rose!).
E qui, ci sono coloro che invece emerge il "nerd" che non sapeva tenere in mano la chitarra, e stava chiuso in camera a studiare. 

-I "sakura", i fiori di ciliegio giapponesi che rappresentano nascita e vita, perfetta sintesi di una esistenza breve ma intensa. E questo è il filosofo che vede cerca sempre "l'alba dentro l'imbrunire".

-Il participio passato del verbo rodere.
E c'è chi si dilettava a cercare i vocaboli nel dizionario e si chiedeva se una rosa rosa fosse un fiore ormai consunto, una nuance di colore o un problema di ridondanza e balbuzie...

- E poi c'è il redivivo Peter Pan che evoca un famoso esemplare di felide versione animata: the Pink Panther
Ideata semplicemente come sequenza animata per fare da sfondo ai titoli di testa di un film di un ispettore di polizia francese Jacques Clouseau interpretato da Peter Sellers.
...e secondo me, state anche sentendo nella vostra mente la splendida colonna sonora di Henry Mancini!

C'è poi la rosa dei venti, la rosa di nomi per un concorso...
Quante cose ci fa scoppiare in mente questo colore.

Rosa è un colore che evoca romanticismo: un mazzo di rose è capace di far perdonare qualsiasi marachella di un uomo (in numero direttamente proporzionale al peso della marachella!).

Il rosa trasmette tranquillità e voglia di pensare prima di agire, che calma gli istinti primitivi, attenua i sentimenti di rabbia e l’aggressività, ma anche il senso di abbandono e la voglia di vendetta verso gli altri.

Rosa è il colore tipicamente femminile come la coccarda di tulle appesa alla porta quando nasce una bimba. 
Sebbene -udite, udite!- molti non sanno che inizialmente questo era il colore tipico dei bimbi, (non delle bimbe!) in quanto rosso era colore del valore guerriero, quindi del “vir”, dell’uomo. Ed il rosa è il rosso un po’ più attenuato.
Il rosa è un ossimoro: composto dal rosso (amore passionale) e il bianco (purezza e la verginità). 
Risultati immagini per coccarda rosa nascitaSebbene molti non sanno che inizialmente questo era il colore dei bimbi, (non delle bimbe!) in quanto rosso era colore del valore guerriero, quindi del “vir”, dell’uomo. 
Ed il rosa è il rosso un po’ più attenuato.

I Romani festeggiavano i «Rosalia», legati al culto dei morti, in un periodo compreso tra l'11 maggio e il 15 luglio.
Questa festa delle rose si trasformò nel mondo cristiano, in Pentecoste detta anche "Pasqua delle rose".
E nelle Litanie lauretane «rosa mistica» è uno degli appellativi attribuiti alla Madonna.
Il rosa è usato nei paramenti sacri nella III domenica d’Avvento, e nella IV di Quaresima (chiamata "lætare"), considerata come breve sosta nel cammino di penitenza.

Curiosa poi la parentela semantica nel latino tra “rosa” e “ros”, la rugiada che richiamerebbe la rigenerazione.

Rosa è il colore dell'ottimismo verso il futuro. Chi vede il bicchiere pieno, vedere "il mondo tutto rosa”.

Sapete quale è sarà il colore più glamour della primavera 2017?
La rivista di moda GQ ha deciso: il millennial pink.
È evidente il riferimento ai millennials, la generazione Y più presente sui media digitali. Questo colore è stato il vero protagonista delle sfilate sping/summer 2017
Quindi pink is trendy!

Ma c’è pure un pianeta rosa.
Si trova a 57 anni luce di distanza (dietro l'angolo) dalla terra ed ha una temperatura di 236°C.
(Più rosa... rosolato!)
Si chiama GJ 504b, perché orbita intorno alla stella GJ 504 G.
Appare come un globo rosa con una massa quattro volte quella di Giove.
È un pianeta “giovane” (160 milioni di anni!) e spiega in parte il tipico color magenta.

E per restare nello spazio, Antoine de Saint-Exupéry usa una rosa per far riflettere il “Piccolo Principe”: «il tempo che hai perso per la tua rosa è ciò che fa la tua rosa tanto importante»

Ma ritornando alla “cronoscalata” (più faticosa di quella “cromo”), non possiamo scordare la data di oggi, 5 maggio.
Anche questa ci riporta ai banchi di scuola.

Risultati immagini per napoleone
E all’interno di questa splendida ode manzoniana dedicata a Napoleone Bonaparte, troviamo qualcosa che –inaspettatamente – risulta perfettamente adatta per questa competizione sportiva

«(…) la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
due volte sull’altar».

Fu vera gloria? Lo sapremo all’arrivo a Milano.

E sapremo la differenza tra "Maglia Rosa" del vincitore e "maglia rosa" (degli altri più sfortunati!) ai quali auguriamo di vedere il mondo....rosa.

venerdì 28 aprile 2017

QUANDO LA STORIA SI MACCHIA DI INCIVILTÀ

L’oltraggio ai cadaveri è antico come l’uomo. I popoli preistorici portavano come ultima e disperata risorsa di cibo, alcuni prigionieri vivi, che mutilavano cercando di lasciare ancora in vita per mangiarli pezzo dopo pezzo, e infine divorandone i cadaveri. Ma allora era un’esigenza di sopravvivenza (e la civiltà ancora era ancora agli esordi!). Durante i fasti dell’Impero Romano, a metà del XIV secolo, a Cola Di Rienzo, toccò qualcosa di molto simile: dopo esser stato adorato, fu linciato dai Romani che ne straziarono il corpo e lo appesero per i piedi vicino alla chiesa di San Marcello. Anche in epoca medievale era diffuso l’uso di esporre i cadaveri in pubblico, chiusi in gabbie appese in luoghi molto frequentati lasciandoli esposti finché ne rimaneva soltanto lo scheletro. Quasi fosse come un trofeo. Ma eravamo nel medioevo… Ma eravamo nel XVI secolo… e la civiltà e la democrazia era ancora in forma embrionale…
L'immagine può contenere: 8 persone, sMSQualcosa di altrettanto incivile è accaduto anche 72 anni orsono. Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci, dopo esser stati catturati a Dongo (un piccolo comune sulla costa nord-occidentale del lago di Como) dalla 52.ma Brigata Garibaldi, furono fucilati il 28 aprile 1945 dal partigiano Walter Audisio che, subito dopo ne trasportò i corpi a Milano, (insieme a quelli di altri fascisti e repubblichini).
Dopo 72 anni, la cronaca storica di cosa avvenne esattamente è ancora molto vaga, ma pare quasi certo che Mussolini fu ucciso a Giulino di Mezzegra, (frazione dell’attuale comune di Tremezzina, in provincia di Como) a circa 20 chilometri di distanza da Dongo.
La Resistenza antifascista, voleva assumersi la responsabilità storica dell’uccisione di Mussolini, preferendo non lasciare la decisione e l’eventuale fucilazione agli Alleati. I corpi furono trasportati in piazzale Loreto a Milano, dove vennero esposti al pubblico ludibrio della popolazione che si accanì –vigliaccamente!– contro come un branco di cani rabbiosi. Nessuna pietà, nessuna parvenza di umanità fermò quella manifestazione violenta dove l’astio fu fatto sgorgare liberamente. Furono scene di vera mattanza spietata e volubile. Sui cadaveri, cominciò lo scempio della folla assetata di vendetta: calci, sputi, anche colpi di pistola che fracassarono il cranio a molti di loro. Una donna arrivò a urinare sul volto del Duce in segno di sfregio. Un vero e proprio vilipendio di cadavere. A quel punto decisero di issare i poveri resti sulla tettoia di un distributore di benzina e i corpi vennero appesi a testa in giù. Ci volle la mano pietosa di un prete, vicino ai partigiani, don Pollarolo, per chiudere con una spilla la gonna di Claretta e far cessare le urla di scherno. Le scene di quel 28 aprile 1945 non sono molto differenti dalle scene medioevali: erano raccapriccianti, disgustose e terribili. Quello spettacolo a piazzale Loreto, dall’alba al tardo pomeriggio del 29 aprile 1945, aveva indignato un po’ tutti. Ferruccio Parri, vice comandante del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, definì quella scena una «macelleria messicana». Persino il “partigiano” Sandro Pertini, l’uomo che –anni prima– dichiarò di voler uccidere Mussolini con le proprie mani, davanti a quella scena esclamò: «L’insurrezione è disonorata». Anche questo è frutto del 25 aprile che molti si ostinano a voler festeggiare!
«Corsi e ricorsi storici» suggerirebbe il buon Giambattista Vico… Troppo facile fare un parallelo fra Cola di Renzo e Benito Mussolini nel 1945: entrambi catturati, travestiti, trucidati e appesi per i piedi da quello stesso popolo che li aveva tanto osannati; entrambi oratori esaltanti, col culto della romanità e idee rivoluzionarie. Non bastò ucciderli, il popolino, come bestie fameliche, volle anche vilipendere e oltraggiare i loro cadaveri.
E dopo 72 anni, quel 28 Aprile 1945, il popolo italiano scrisse una fra le pagine più buie della sua millenaria storia. Una pagina densa di odio e barbarie, cinismo e viltà. Una pagina scura che –dopo 72 anni– ancora non abbiamo voluto cancellato per ristabilire la verità!

mercoledì 26 aprile 2017

NO BLOG!

Oggi sono entrato nel solito supermarket col mio solito carrello.
Mi sono diretto subito allo scaffale dei biscotti da colazione.
Avevano tutti un elemento in comune: nell'involucro esterno spiccava in caratteri in rilievo «SENZA OLIO DI PALMA».
L'ho letto in tutte le confezioni.
Una, cinque, dieci volte.
Spesso era ancora più in evidenza dello stesso marchio di fabbrica, tant’è che mi sovvenne che, se io fossi stato un alieno appena giunto –sotto mentite spoglie!–  sul pianeta Terra, avrei potuto pensare che quello fosse il vero "brand" di biscotti.

Poi stando attenti, c’era un altro marchio, «SENZA GRASSI AGGIUNTI».
Bene, l'alieno pensò, sulla Terra non c'è un monopolio di dolci.
Almeno ci sono due differenti marchi di biscotti.

Ma c'è anche chi vuole strafare (melius abundare?): c'è un biscotto prodotto «SENZA BURRO, SENZA UOVA, SENZA OLIO E SENZA LATTE (sic)».
STRIKE!
COLPITO E AFFONDATO!

E non voglio immaginare quali siano gli ingredienti di quel prodotto dolciario. Senza contare il gustoso retrosapore ricco di sentori gradevoli che evocano campi di grano, latte appena munto ed olio di frantoio.
Lo stesso aroma intenso di quella tazina da caffè offerta dai bambini e che sei obbligato a degustare facendo schioccare la lingua e simulando di non aver apprezzato mai un caffè tanto buono.

Per caso, poi balza agli occhi una marca di frollini che invece esalta il «gusto e la lavorazione con ricetta tradizionale».
E infatti scelgo quello. 
Ne metto subito 3 o 4 pacchi nel carrello.

Poi passo davanti allo scaffale della pasta.
Questo invece è il reparto del brand «NO O.G.M.».
E pensare che anch'io -allibito e basito- ho pensato "Oh my God". Ma quello è un altro OGM.
Spaghetti, trenette, rigatoni, vermicelli, fusilli. 
Tutti rigorosamente free O.G.M.

Anche nel reparto profumeria non c'è un monopolio, i marchi sono due: «NON TESTATI SU ANIMALI» e «SENZA PARABENI».
Oramai in un supermarket potrei orientarmi in base alle etichette sui prodotti, a prescindere dai reparti.
Quando arrivo al reparto «SENZA POLIFOSFATI» deduco subito di essere in salumeria.

Si è arrivati a descrivere qualcosa per ciò che non è o per ciò che non ha.
Un po’ come se nella biografia di Alessandro Manzoni leggessimo “non ha scritto la «Divina Commedia» e neppure «A Silvia»".
O come se in un libro di matematica trovassimo scritto che «6 per 9 non fa 63».
Ma anche per chi protesta, il «NO» è un must:  «NO NUKE», «NO TAV», «NO TRIV», «NO TAP», fino al «NO VAT». 
Ma la perla è rappresntata dai cartelli stradali di "COMUNE DENUCLEARIZZATO" e pazienza che non sia mai stato nuclearizzato...
Ormai ci interessa solo «ciò che non è». A prescindere.
Non mi stupirei se ad un incrocio in autostrada leggessi l'indicazione «NO MILANO», «NO TORINO», ed in un Curriclum Vitæ elencassi tutto ciò che non so fare.
Quando qualcuno dice che questo mondo va al rovescio, penso proprio che abbia ragione.
Anzi direi che non ha torto!

E nel frattempo nel mondo vige il  «NO THINK»

P.S, Questo blog è senza refusi. Forse.

martedì 25 aprile 2017

25 APRILE: UNA FESTA CHE DIVIDE

Sono passati 72 anni da quel 25 Aprile 1945 ma purtroppo resta ancora una festa che divide anziché unire, una festa che ha mantenuto intatto lo stesso astio e quel veleno di 72 anni orsono, una festa «partigiana» (no, non intendo dire “dei partigiani” ma con l’accezione etimologica:  una festa “di parte”)…
Non è ad esempio un 14 luglio francese (con la presa della Bastiglia) o un 4 luglio americano (dove i coloni si riconoscono liberi e ripudiano la madre patria), quelle sono feste che uniscono tutta la nazione…

Dovrei festeggiare il 25 Aprile che ha portato a quell’orrenda squallida sceneggiata di piazzale Loreto definita (dagli storici!) come una “scena da macelleria messicana”?
Dovrei forse festeggiare il 25 Aprile che ha portato alle foibe titine?
O forse oggi dovrei festeggiare il giorno che ha dato il via alle stragi del famoso “triangolo rosso” di Reggio Emilia?
Dopo oltre 70 anni ancora il 25 Aprile è una festa di liberazione con i "pugni chiusi" la cui colonna sonora ufficiale è 
«Bella ciao»!!
Ecco perché NON POSSO FESTEGGIARE!
Non mi sento di festeggiare una data macchiata da tanto sangue chiamandola “Anniversario della Liberazione”. 
Perché non è la festa di tutti. 
Piuttosto preferisco ricordare che oggi si festeggia 
San Marco Evangelista.
Oppure che il 25 Aprile del 387 
S. Agostino ricevette il battesimo da S. Ambrogio;
O nel 1719 venne pubblicato il romanzo 
Robinson Crusoe di Daniel DeFoe;
Nel 1926 la Prima rappres
entazione assoluta della Turandot di Giacomo Puccini al Teatro alla Scala di Milano;
Oppure il 141° anniversario della nascita di un grande genio Italiano: Guglielmo Marconi...
 Eh sì, oggi è un grande giorno!