venerdì 6 gennaio 2012

FRESBEE'S THEORY



Jason da sempre aveva avuto la passione per il frisbee. Fin da bambino.
Una domenica di fine settembre di tanti anni fa, passeggiava con la sua mamma e il papà, in una spiaggia desolatamente deserta da qualche settimana.
Era ancora una bella giornata estiva tardiva.
Jason era davvero felice: finalmente aveva tutta la spiaggia per sé.
Poteva correre, far capriole, rotolarsi nella sabbia come non si sarebbe sognato di fare fino a qualche settimana prima, quando la spiaggia pullulava di turisti vocianti.
In lontananza, in fondo alla spiaggia, vide due ragazzi un po’ più grandi di lui che si lanciavano uno strano piatto di plastica colorato, o meglio, a lui sembrava così.
Jason scoprì in questo modo il frisbee.
Non poteva certo immaginare che quel piatto volante fosse nato in una tranquilla cittadina della provincia americana negli anni ’50 grazie ai gestori di una pasticceria in cerca di un espediente per facilitare il trasporto delle torte e divenuto famoso grazie agli studenti di Yale…
Si avvicinò di più a quei ragazzi che cortesemente lo fecero partecipe di quel gioco nuovo. Gli insegnarono come lanciarlo, come afferrarlo e come farlo arrivare più lontano possibile.
Ne rimase subito ipnotizzato. E subito si impadronì –avidamente- delle regole e dei “trucchi del mestiere”.
A sua volta, lui, come quei ragazzi della spiaggia, iniziò a “inoculare” quel benefico e salutare virus del frisbee tra i suoi compagni di scuola.
E quanta felicità sprizzava dai suoi occhi, quando spiegava ai suoi nuovi amici, quel nuovo gioco sconosciuto del quale lui era oramai maestro.
Il frisbee era diventato un appuntamento fisso nei pomeriggi nella spiaggia.
Tantissimi ragazzi si ritrovavano a divertirsi, lanciandosi reciprocamente quel “piatto colorato”.
Un giorno vide un ragazzino ricciolino, cicciotello, allampanato fermo in mezzo alla spiaggia.
Usò il “metodo Jason”: ovvero lanciare il frisbee verso quel ragazzo per coinvolgerlo.
Jason calibrò il tiro affinché il frisbee si librasse sulla testa del nuovo amico e si adagiasse con precisione millimetrica ai suoi piedi.
A questo punto, il “metodo” prevedeva che, dopo un momento di stupore, il ragazzo raccogliesse il “piatto colorato” e, incoraggiato da Jason, lo rilanciasse.
Ma accadde una cosa strana che ghiacciò il sangue dentro le vene di Jason.
Il ragazzino guardò quell’oggetto volante strano con evidente fastidio e sdegnoso si girò infastidito dalla parte opposta tenendo però tra le mani quel piatto colorato!
Jason rimase come una statua di ghiaccio, sebbene ci fosse caldo.
Beh, non poteva mica piacere a tutti, ma perché reagire così?
Forse non sa giocare, tentò di giustificarlo sta sé e sé.
Dopo questo momento di delusione, richiamato dagli amici, si girò e continuarono a giocare.
La domenica successiva vide una scena che mai si sarebbe aspettato di vedere: quel ragazzino che non aveva voluto giocare con il frisbee, stava lanciando con grande stile un frisbee ad un gruppo di amici.
Jason non stava nella pelle: aveva contagiato anche quel ragazzino apparentemente scorbutico e scontroso.
Dall’alto di una duna Jason gli lanciò il suo frisbee ma questo non si mosse. Anzi si soffermò a guardare Jason –fissandolo– poi continuò a lanciare il frisbee ad un gruppo di ragazzi intenti a fare altro.
Jason capì allora che:
1)“Non sempre coloro ai quali lanci un frisbee vogliono rilanciarlo a te.”.
2)“Spesso lo lanciano a chi non se lo aspetta!”
Passarono gli anni, e Jason divenne un bel giovane alto e simpatico. E molto intelligente.
Si laureò in psicologia e filosofia comportamentale all’università.
Ma anche in compagnia di Jung e Kant la sua passione restava sempre quel “piatto di plastica colorato”!
Possiamo sostenere che fu proprio grazie a quel momento di gran delusione che elaborò una teoria importante che porta il nome proprio di quel piatto colorato.
E applicò quella regola a tutti i rapporti interpersonali.
1)Non sempre donando amicizia si riceve amicizia, o donando affetto  si riceve affetto.
2)Spesso quelli a cui doniamo amicizia la deviano ad altri. E così per  l’affetto dando vita ad una sorta di riciclaggio di affetto, d’amicizia.

Nessun commento: