Ed io ho pensato di andare a recuperare un mio articolo scritto tempo fa e contenuto del mio libro “scrivo come mangio”.
L’argomento è decisamente divisivo (come si usa dire) ma è innegabile che la vita non l'abbiamo acquistata, non l'abbiamo ereditata. Nessuno può esibire un titolo d’acquisto! Nessuno è padrone della vita. Non abbiamo deciso noi quando venire al mondo, non spetta a noi decidere quando andare via.
Sul tema “fine vita” ho avuto sempre questa idea. La mia opinione è dettata semplicemente dalla mia sensibilità e non è suggestionata dalla mia fede.
Vorrei prendere spunto dal libro «Lettere sul dolore» del filosofo francese Emmanuel Mounier.Alla figlia Françoise di 2 anni, alla fine degli anni ’30, venne diagnosticata una gravissima malformazione celebrale. Stiamo parlando quindi dell’inizio del XX secolo e la scienza medica non era ancora avanti dal punto di visto neurologico come lo è oggi.
Le condizioni della bimba erano disperate e il libro contiene la fitta corrispondenza epistolare tra il filosofo ed alcuni amici e la moglie Pauline dove viene descritto il progressivo aggravarsi della figlia, l’incapacità di muoversi e parlare.
È la testimonianza di un padre davanti al dolore che colpisce ciò che gli è più caro: la figlia. Sangue del suo sangue.
Mounier non reagisce chiedendo di “staccare la spina” come per un semplicissimo elettrodomestico, ma dentro quel dolore cerca trovare faticosamente il modo di reagire alla disperazione accettando il mistero della vita.
«Si tratta di una condizione non facile da descrivere – spiega Sara – perché chi la vive sa di essere in coma, vorrebbe comunicare con l’esterno ma non può».
«Avvertivo – continua – la presenza di mia madre, che entrava nella stanza e che mi parlava». Sara avrebbe voluto risponderle, ma si sentiva prigioniera del suo corpo. Una condizione che, tuttavia, anziché fiaccare la sua voglia di vivere, le diede una forza mai immaginata prima.
«Chi può dire – si chiede – che quella non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine».
Una forza rimasta salda anche dopo il risveglio. All’inizio era bloccata sul letto, poi fu messa su una sedia a rotelle e lentamente riacquisì l’uso della parola.
«I dolori erano spesso lancinanti – ricorda – non sono mancati i momenti di sconforto, ma fu importante il sostegno dei miei genitori e mai ho pensato di voler morire».
Riflette oggi – «un conto è porsi come disporre della propria esistenza quando si è sani, un conto è chiederselo da infermi». Sara spiega che quando la condizione è estrema, anche se l’esperienza è vissuta in maniera diversa da persona a persona, l’istinto è quello di aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze. Secondo Sara non è possibile prevedere come si reagirebbe in determinate condizioni, per questo le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) rappresentano un pericolo, perché non danno spazio al ripensamento.
Quella di Sara Virgilio è una testimonianza forte che lascia il segno, è un manifesto contro la “cultura della morte” che qualcuno vorrebbe far passare come un diritto. Sara racconta «volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero, che ero senziente, che avevo una dignità e che stavo lottando per svegliarmi».
Il problema, secondo Sara, è prima di tutto culturale. «Oggi si pensa che la vita è tale solo quando si può viaggiare e correre – afferma – ma non è affatto così. La persona ha dignità anche quando è costretta su un letto d’ospedale. Si sta diffondendo un’idea utilitaristica della vita umana: nel momento in cui non siamo più in grado di produrre, non siamo efficienti, allora diventiamo solo un costo e veniamo tolti di mezzo. È così che nasce la “cultura della morte camuffata da diritto”, che si traduce nella fretta ad approvare la legge sulle DAT».
Secondo Sara, il malato chiede di morire quando si sente lasciato solo. Pertanto è fondamentale la vicinanza e la cura degli altri, strutture ospedaliere in grado di accogliere e sostenere anche i casi più disperati. Ecco allora – osserva – «che più che aiutare le persone a morire, sarebbe opportuno che la politica investisse per seguire i pazienti in strutture adeguate e non farli sentire abbandonati».
Oggi Sara ha una laurea in Biologia, lavora ed è felice. Anche se non mancano gli strascichi di quell’incidente avvenuto nel 1994.
La vita non è come un pullover in cachemire che possiamo gettar via quando appare il primo buchetto.
Purtroppo in alcune menti invece scatta quel delirio d’onnipotenza, quell’illusione di essere padroni della propria vita, quella visione secondo cui “quando non si ha la padronanza delle proprie azioni, quando non si è più efficiente, la vita non vale più la pena di essere vissuta”. Ecco la follia dei nostri giorni: se non sei operativo, sei da gettar via!
Per questo stesso motivo dopo qualche anno occorre cambiare auto con un modello più recente, occorre acquistare l’ultima versione dello smartphone. No, cari amici, la vita non è uno smartphone o un’automobile da rottamare quando non è più efficiente. La vita è bella. Sempre.L’art. 2 della Costituzione tutela chiaramente «i diritti inviolabili dell’uomo». Esiste forse un diritto più inviolabile della vita umana? A che serve che la Costituzione abbia abolito la pena di morte (art. 27, 4) considerandola una barbarie se poi si accetta l’eutanasia? E quest’ultima è, se vogliamo ancora più incivile, giacché la “pena di morte” arriva dopo la condanna per un gravissimo reato, l’eutanasia è comminata ad un essere totalmente innocente!
Poi vi porto un’altra opinione molto autorevole: quella di Lucien Israël, grande luminare francese di origini ebree, ma non credente, autore di un libro intitolato proprio «Contro l’eutanasia». È stato direttore del reparto di Oncologia dell’ospedale Avicenne di Bobigny, ha anche guidato la clinica universitaria di oncologia all’università di Paris-Nord. Nel 2007 è stato eletto membro della prestigiosa Académie des sciences morales et politiques. Non stiamo parlando quindi di un medico di campagna.
L'autore è un medico (pertanto competente in materia), laico e non credente (quindi libero da eventuali condizionamenti etici dettati dal suo credo). Israël spiega che l'eutanasia non è affatto un gesto d'umanità e tanto meno è un atto di compassione, ma un progetto che contraddice la stessa professione medica dettata dal giuramento di Ippocrate sul quale ogni medico giura!
Per il prof. Israël un medico ha il dovere di non arrendersi mai davanti alla morte visto che il suo compito è cercare di allontanarla e oltre alla somministrazione della terapia deve «infondere al suo paziente speranza, fiducia, voglia e forza di lottare, come ogni buon medico deve fare! (sic)» fino all'ultimo istante quando la sua vita volgerà al termine. Cita nel libro più casi di malati arrivati in ospedale in uno stato di semi-coma e la maggior parte di loro quando uscivano fuori da quello stato, spesso pieni di voglia di vivere gli dicevano «Ora vorrei andare qualche giorno in vacanza in Costa Azzurra per riprendermi».
«Se fossi stato autorizzato in forza di un "biotestamento scritto", ad abbreviare attivamente la loro vita avrei commesso un vero e proprio crimine, sebbene incoraggiato dalla famiglia e supportato dalla legge!»
Riporta infine un episodio quando era ancora primario ospedaliero e arrivò un malato terminale che quando seppe di avere un cancro allo stomaco gli disse: «Dottore, la prego, mi faccia morire!».
«Mi dispiace ma io ho studiato e sono qui per curarla» rispose il medico. Il paziente replicò: «Lei è un vigliacco!».
Un giorno il primario si presentò dal paziente e gli consegnò una boccetta contenente un liquido e disse molto freddamente «se proprio vuole farla finita, prenda questa... Deve decidere lei, però. Ma io non voglio responsabilità per la sua morte!».
«È soltanto dell'acqua, vero?» rispose il malato.
«Forse... ma per scoprirlo dovrà usarla».
Dopo qualche settimana quell'uomo morì e nel suo comodino il primario ritrovò la boccetta.
Intatta!
Il paziente capì che doveva affrontare la malattia.