domenica 4 marzo 2018

L'EMOZIONE NON HA REGOLE


Anche la felicità obbedisce a regole matematiche? Parrebbe di sì. E può essere calcolata con una formula neanche tanto complessa. La felicità –spiega il professor Paolo Gallina, docente di Meccanica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Trieste ed esperto di robotica– è «la variazione rispetto al tempo dello stato di una persona».
In altre parole, la felicità è il passaggio da una condizione peggiore a una migliore, ed è tanto più intensa quanto più in fretta avviene questo cambiamento.
Ultimamente ho letto un articolo sul sito di “Tribù Narrante” sulle regole essenziali per un racconto breve, partendo dal «voyeurismo» in Julio Cortàzar
Lo scrittore ed editore algherese Claudio Calisai, (ma soprattutto un carissimo amico e persona speciale!) in questa riflessione butta un sasso (senza nascondere la mano) che ha disseminato il lago della mia mente di innumerevoli cerchi concentrici trasformando la sua superficie in un impetuoso mare in tempesta.
«Per conoscere Julio Cortàzar, bisogna leggere un racconto di Julio Cortàzar» scrivere Calisai. E se voleva creare suspence… c’è riuscito. Colpito e affondato.
Rifacendosi al «Bestiario» di Cortàzar ha analizzato in particolare «Le porte del cielo» individuando alcuni punti da tenere a mente quando si scrive un racconto.
La password dovrebbe essere racchiusa in questa frase: «Il romanzo vince sempre ai punti, mentre un racconto deve vincere per knock out».
Per Cortàzar occorre che il segmento di vita o di vite descritte nel racconto sia congelato, ma come in un ossimoro, deve  essere vivo e mantenere la sensazione di movimento tipica del romanzo e dei film. Poi si arriva all’espediente definito “intensità” che consiste «nell’eliminazione di tutte le idee o le situazioni intermedie, di tutti i riempitivi o le frasi di transizione che il romanzo permette o addirittura esige».
Per Cortàzar il narratore deve farci guardare (con cinismo!) dal buco della serratura per capire e sapere e capire e far scattare la tensione narrativa.
Ma allora esiste davvero la formula del trasmettere un’emozione? Per un racconto o un romanzo? Per un quadro? Per una sinfonia?
Possiamo fissare dei paletti per rinchiudere ciò che -per dogma- è sinonimo di libertà come la fantasia?
Esistono regole per incardinare ciò che per sua natura serve a rompere le catene e i cardini della banalità quotidiana?
Possiamo costruire una barriera per la fantasia?
O per citare un grande cantautore «può uno scoglio arginare il mare?»

Da questo tsunami elucubrativo mi è subito venuto in mente una frase del Dalai Lama «dobbiamo imparare bene le regole in modo da infrangerle nel modo giusto».
Un altro grande genio come Pablo Picasso, disse che occorre «imparare le regole come un professionista, in modo da poterle rompere come un artista».
È più importante un decalogo di regole o sapere trasmettere emozioni?
Molti libri sono stati scritti non tanto perché leggendoli venga trasmesso il sapere dell’autore, bensì per far sapere quanto grande fosse il sapere dell’autore”. 
Questa potrebbe essere la posizione di uno studente frustrato, invece è l’opinione di un certo Wolfgang Johannes Goethe.

Il mondo del cinema -ad esempio- ha tante attrici non certo bellissime secondo i canoni classici della bellezza ma con carisma da vendere.
E l’arte della fotografia ha le sue regole? O anche una foto sfocata può trasmettere emozioni?
E lo “storytelling ha le sue regole?
La traduzione in italiano sarebbe “racconto” (story) e “narrare” (telling) ma per la nostra esterofilia storytelling fa più cool ops volevo dire, è più intrigante di “narrare un racconto”.
Lo storytelling contiene l’elemento aggiuntivo di raggiungere un obbiettivo di comunicazione. E qui torniamo a bomba: ci sono regole perché il messaggio trapassi ogni barriera e diventi narrazione personale dello spettatore?
Quindi Pablo Picasso e il Dalai Lama vs Julio Cortàzar in singolar tenzone. 
The winner is...

Passiamo un attimo in cucina.
Quando preparate un nuovo manicaretto seguite in modo ferreo le regole del ricettario o aggiungete qualcosa di personale?
Anche nella vita quotidiana siamo obnubilati da regole.
Pacta sunt servanda” (diceva Ulpiano) e ci insegna come non ci si possa liberare unilateralmente dagli obblighi assunti per contratto. Poi però Charles-Maurice principe di Talleyrand-Périgord, ci lascia un consiglio che «l'eccesso di zelo provoca effetti peggiori della non applicazione della norma»
A chi dare ascolto, dunque?

Gli esperti ci ricordano di non incrociare mai le braccia e le gambe davanti al proprio selezionatore in un colloquio di lavoro perché indicherebbe la volontà di tenere le distanze e di chiusura, ma –personalmente– incrociare le gambe mi rilassa. Io incrocio le gambe al cinema (infatti cerco sempre la fila di metà corridoio!) o seduto al ristorante, in situazioni, quindi, in cui sono calmo e rilassato; io ad una conferenza, nel momento di maggior attenzione, incrocio le braccia per concentrarmi sull’ascolto.

Tutto ruota sulla percezione individuale.
Fiumi di inchiostro sono stati sprecati per ammonire i comunicatori di usare un certo font, un certo colore, una certa impaginazione, per stupire il cliente, il quale però ragiona con il suo cervello.
È (forse?) questo il motivo per cui, ho sempre avuto un’allergia per l’adesione a gruppi politici, ideologici, religiosi (pur accogliendone i loro principi generali). Accettarli globalmente e insindacabilmente mi crea una sensazione di asfissia. Io non sono un numero di tessera.
Ad esempio, vige il divieto di portare bottigliette a bordo dell’aeromobile e al controllo di sicurezza dobbiamo gettarle via. E non c’è spazio di trattativa. Il divieto è categorico.
Ho visto anche bimbi in passeggino davanti al “gate” che frignavano obbligati da un integerrimo controllore a separarsi dalla loro bottiglietta di succo di frutta.
Ottusità o elasticità?
Prendiamo un farmaco: non agisce allo stesso modo in tutti. Perché non siamo tutti uguali (mettetevelo in testa!). Non siamo un esercito di cyborg (come le convenzioni vorrebbero indurci a essere). 
Lo stesso Picasso ha lasciato un altro aforisma «A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino».

Non sarà che occorre trovare una password per liberarci di tutte le infrastrutture e le “regole auree” che –come strettissime catene– ci costringono a comportarsi come tanti cyborg preprogrammati seguendo un novello pifferaio di Hamelin.
E a questo punto aggiungiamo il detto evangelico “sinite parvulos venire ad me» (ovvero «lasciate che i bambini vengano a me»), dove i bambini sono un esempio di libertà da regole prefabbricate.
Una regola è da applicare in modo ferreo o va interpretata e plasmata rendendola applicabile al caso in questione?
Ed allora continuo a ripetere: ma la letteratura e l’arte in genere hanno bisogno di regole?
Non ci si rende conto della forza dell’individuo. E l’emozione nel leggere un racconto o un romanzo è quanto di più individuale possa esistere.
Ayn Rand, scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di origine russa, ci ha lasciato scritto che «La più piccola minoranza al mondo è l'individuo. Chiunque neghi i diritti dell'individuo non può sostenere di essere un difensore delle minoranze». 
E qui continuo a ripetere: la letteratura, la pittura, la comunicazione e l’arte in genere hanno bisogno di regole?
Che ne sarebbe del genio di Vincent van Gogh se prendessimo come regola aurea la tecnica di pittura di Caravaggio?
Che fine farebbero PicassoKlimt Mondrian, a loro modo veri geni dell’arte.
O che ne sarebbe delle poesie ermetiche di Ungaretti se accettassimo come parametro lo stile di Giacomo Leopardi Dante?
L’emozione può forse essere ammanettata da ceppi glaciali delle regole?
«Se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido» disse il genio del '900 per eccellenza, Albert Einstein…


domenica 18 febbraio 2018

Elezioni: dalle piazze ai social


«C’è chi crede che lealtà, amicizia e solidarietà siano missioni da compiere ogni giorno». Sembra un claim che possiamo leggere in qualche maxi-affissione nelle nostre vie in questi giorni di campagna elettorale frenetica. 
Per quale politico è stata ideata? 
Tranquilli, non sono qui per fare endorsement. 
Quello è uno slogan di uno spot (tenetevi forte!) dell’Amaro Montenegro.
E questo è una chiara e palese dimostrazione che i politici parlano sempre più come prodotti, e i prodotti come politici.
Il politico è un prodotto da posizionare nel mercato.
E si usano le stesse strategie di marketing usate per un dentifricio.
Oggi la candidatura per una carica politica istituzionale, dal Parlamento europeo al Comune, come non può fare a meno del marketing strategico e della comunicazione creativa professionale.
Bei tempi quando il politico “scendeva in piazza” fisicamente, e ci metteva la faccia. Illustrava il suo programma e …si esponeva anche ad eventuali contestazioni.
Oggi l’immagine del candidato, i suoi messaggi è tutto studiato da uno spin doctor affiancando i media tradizionali come le affissioni, interventi alla TV, radio o la direct mailing, a quelli più innovativi come il web e mobile marketing, social media, e-mailing, sms, ecc.
Dietro c’è sempre un ufficio stampa, che con studi e ricerche, crea un’efficiente organizzazione operativa in grado di ottimizzare tempi e costi, che sono alla base di una campagna vincente.
Jacques Séguéla, autore della campagna “La forza tranquilla per Francois Mitterand” disse «Vorrei dire chiaro e tondo che un pubblicitario non ha il potere di trasformare alcunché. I nostri amici ci chiamano creatori, i nostri nemici mistificatori. In realtà siamo solo dei rivelatori».

Ecco un creativo è un rivelatore.
Ma non esiste alcun creativo che possa ideare un’ottima campagna che faccia vendere un prodotto scadente. Una comunicazione che non rispetta la verità di un prodotto o di un politico, avrà poca vita. Magari darà buoni risultati nel breve periodo, dopodiché si trasformerà inevitabilmente nel più disastroso boomerang.
E altrettanto si dica per un pessimo candidato. 
Se per un prodotto (scadente!) si punterà soltanto su un «packaging» accattivante si andrà incontro ad un vero terreno minato.
E nel caso delle elezioni non si potrà ricorrere all'eventuale “garante per la pubblicità ingannevole”.
Ma la "reclame" è sempre stata avanti: ci si concentra sul decantare i propri pregi e pur accettando talvolta la pubblicità comparativa, si ha un "codice deontologico" che impedisce di denigrare il prodotto concorrente. Almeno non apertamente.
Invece in politica assistiamo a vagonate di vetriolo misto a guano da scaricare sul partito che più da fastidio...

Ogni campagna elettorale è una storia a sè.
Uno che ultimamente ha saputo “giocare” coi social è stato il presidente degli Stati Uniti d’America Donal Trump: prima di vincere le elezioni in Florida e Pennsylvania, le aveva già vinte su Facebook e Twitter.
Ha avuto per tutti gli ultimi sei mesi di campagna il doppio dei fan di Hillary Clinton.
E tutti a deriderlo immaginando un divario tra il reale e il virtuale.
Sia chiaro che è davvero pericolosissimo affermare che chi “vince” sui social vince nel Paese. 
Ma è indubbio che i social hanno cambiato per sempre il terreno di gioco e le regole della competizione elettorale, negli Stati Uniti come in Italia.
Così come è pericoloso il “copia-e-incolla”. Un modello che è stato essenziale per far arrivare un politico all’Eliseo non si possa replicare tale e quale su un candidato sindaco di Forlimpopoli o Pietraperzia.
Ogni parola deve trasmettere professionalità e creatività e rispecchiare una passione per ciò che si vuole fare
Non possiamo scordare la new entry nelle nuove strategie: il «guru». Elabora slogan e strategie da far ripetere al candidato. E poi elaborerà frase da far ripetere al politico nelle interviste. Ma alla lunga i fili del burattinaio si vedranno. E talvolta si potranno spezzare.
Poi c’è chi si affida ancora al rapporto diretto, che studia le parole delle persone per strada, studia i post e i commenti sui social, anche i più bizzarri, studia i mezzi di informazione, studia il contesto, studia i sondaggi, i trend, i dati elettorali del passato.
Se fino a 30 – 40 anni fa, i politici scendevano in piazza ora scendono nelle …piazze virtuali dei social che hanno completamente rivoluzionato il modo di presentarsi.
Anche perché in piazza i “buuuuu” non si potevano cancellare con un click.
Ed un mondo dell’apparenza, anche Photoshop può dare una mano.
Gianluca Giansante, docente di comunicazione politica della Luiss mette in guardia: «il messaggio che prima con la televisione era unidirezionale ora diventa bidirezionale. Ma se si chiede solo consenso senza ascoltare, le persone se ne accorgono e non partecipano affatto o addirittura criticano queste iniziative».

È pur vero che la politica ha talvolta anticipato i social. Un tempo si potevano “acquistare” elettori con mezzo paio di scarpe come oggi mettendo mano al portafogli si acquistano “follower” fasulli.
Partire da subito con un numero di centinaia di migliaia di “amici” che hanno già espresso la loro preferenza su uno dei profili social è un ottimo trampolino di lancio. Ma al di là di un piccolo effetto d’immagine, sulla lunga distanza una scelta di questo tipo può solamente danneggiarvi qualora si dimostri che ai “like” non corrispondono i voti verificati dagli uffici del Ministero degli Interni.
Ma guai a scordarsi che alle elezioni vince la politica, che viene prima, molto prima, della comunicazione.
L'ultima chance è quella suggerita da un grandissimo maestro della comunicazione. Vota Antonio La Trippa

mercoledì 7 febbraio 2018

Perché Sanremo è Sanremo!


Io adoro il festival di Sanremo.
Non me ne son penso mai un'edizione ....fin dal 1970 circa.
Sono
tra coloro che lo guardano (cioè tantissimi!!) e ammettono di guardarlo (cioè pochissimi!!). 
Però non mi atteggio ad esperto di musica, mi interessa tutto ciò che fa notizia.  
Un po’ come per il calcio.
Non seguo le partite ma in occasione di manifestazioni importanti, come un campionato mondiale, non posso non essere informato sull’esito di tale manifestazione. (la differenza è che non devo attendere quattro anni o avere delusioni che la nazionale non si qualifichi!)


Ed è innegabile che il Festival faccia notizia!!
Non è solo una gara di canzoni, è un evento nazionale.
L’Italia si blocca per 5 giorni.
Tutti ne parlano!
Bene?
Male?
Ma tutti ne parlano.
Il grandissimo Oscar Wilde, ne “Il ritratto di Dorian Gray” ci da una delle sue perle di saggezza: «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about», ovvero « C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé»!


Il Festival non è solo una trasmissione Tv è un evento che non può essere gestito superficialmente.
Occorrono “animali da palcoscenico” per saper stare circa 20 ore sulla scena in 5 giorni. E non un palcoscenico qualunque ma quello del teatro Ariston.
20 ore… sono quasi un giorno intero. 
Roba da far tremare i polsi a chiunque.


Nelle scorse edizioni spesso ci si è affidati a “grossi nomi” come “Nostra Signora della TV”, Raffaella Carrà, un grande entertainer come Giorgio Panariello, un presentatore da scrivania come Fabio Fazio o anchorwomen come Simona Ventura, Antonella Clerici e spesso è stato un clamoroso flop.


Quest’anno hanno affidato l’onere della direzione artistica a Claudio Baglioni. Eccellente autore e cantante, nulla quæstio, ma non basta certo sapere cantare. L’uomo giusto al posto giusto in un festival della canzone? Ma non basta. 

Non basta essere un cinefilo per organizzare la premiazione degli Oscar.
Non basta essere un atleta per organizzare la rassegna sportiva.
E non basta essere un cantante per condurre Sanremo.
Eppure avevano avuto già la prova quando fecero condurre la 62.ma edizione a Gianni Morandi.


Nel pistolotto iniziale sull’importanza della musica  e delle parole–letto dal gobbo in modo piatto, asettico, glaciale e senza pathos– era caloroso come il blocco di iceberg che fece affondare il “Titanic”. Piatto come un tracciato di un elettroencefalogramma di un paziente non più in vita.
Pierfrancesco Favino è un attore che senza un copione appare statico e impacciato.
Forse sarebbe meglio che si rimettesse alla guida del TIR della Barilla per portare la pasta alla sua figlia (ora che il grande Federer ha mostrato sotto la guida di chef “D’O” di cavarsela con i pomodori e gli spaghetti!).
Anche nella pantomima con la Hunziker sui rapporti non idilliaci non ha certo dato una prova d’attore!
Michelle Hunziker forse è l’unica dei tre che mostra di essere a suo agio. Ride manda messaggi d’amore al marito in platea anche quando per “il bello della diretta” lo strascico del vestito resta impigliato una una “spia” audio a scomparsa.

Tutta un’altra storia il grande Fiorello che apre il festival con la sua innata verve di showman che si è fatto le ossa nella palestra dei villaggi-vacanza.


Dal primo minuto riesce a gestire magistralmente la “patata bollente” dell’intruso che protesta, come già accaduto nel 1995, Pippo Baudo regnante. Stavolta però Fiorello se lo trova già sul palco.
Portato via l’intruso chiosa «ecco, lo sapevo che non dovevo venire!!!».
Poi gioca con maestria a ruota libera come solo lui sa fare con un strepitoso potpourri di canzoni di Morandi e Baglioni mischiandone il testo con la musica.


La faringite di Laura Pausini offre poi l’occasione di un suo ritorno in scena dove, nel cantare “E tu” mostra molta più familiarità dello stesso autore.

Più tardi si scopre il motivo dell’ospitata di Gianni Morandi. L’omaggio a Luis Enriquez Bacalov? No, la marchetta della sua nuova canzone Tommaso Paradiso.


A proposito di marchette. Poi abbiamo anche scoperto il reale motivo della scelta di Pierfrancesco Favino come co-conduttore. Il film di Gabiele Muccino interpretato da Favino (ed una altra cinquantina di attori!) tutti sul palco con un escamotage di riempire il tempo a causa di un intoppo… (finto come un caso di Forum e consistente come un soufflé riuscito male!) 



Ma i cantanti?
Noia atarassica e narcolettica.
Se si eccettua lo stile e la classe di Ron, l’ascoltabilità del brano dei due “ex Pooh” Facchinetti-Fogli
Sarà che Riccardo Fogli è nato il 21 Ottobre?



Poi la “paraculaggine” social-sentimental dell’accoppiata Meta – Moro che a Sanremo (che ripaga sempre vista la vittoria dello scorso anno!).
Ma grazie a tale ...allisciamento erano tra i favoriti dai bookmakers per la vittoria ed ora... rischiano una clamorosa squalifica per plagio con un altro brano di Moro (l'autore è lo stesso!!). Peccato che non sia «inedito» come previsto da regolamento.
E che dire del brano degli "Stato Soziale" che portano una ballerina ottuagenaria sul palco che ha distolto la nostra attenzione dal brano.





Per il resto, ho un solo dubbio: Fiorello ha accennato alla tinta per capelli di Roby Facchinetti, ma perché ha sorvolato con no-chalance sul botulino di Baglioni…

sabato 27 gennaio 2018

NON SOLO SHOAH!

Oggi, 27 gennaio, abbiamo festeggiato la giornata della memoria della Shoah, cioè lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto.
Dopo più di 70 anni ancora è una ferita che gronda sangue.
Ma non esiste solo la Shoah!
Mi domando quando verrà istituita, ad esempio, una giornata in memoria dell’olocausto dei bambini sterminati con l’aborto. 
Tutto legale, sia chiaro, in base ad una legge dello stato, proprio come avveniva in Germania.
Tutto avveniva alla luce del sole in base ad una legge. Sei milioni di futuri uomini e donne (solo in Italia!) ai quali è stato impedito di esistere con una legge

Lo scopo –se osserviamo bene! – è esattamente lo stesso. 
C’era allora chi selezionava i bambini “non ariani” e ora c’è chi seleziona per convenienza perché «c’è un remoto pericolo che non nasca sano» o molto peggio «perché non me lo posso permettere». E c’è anche chi parla di un paese con natalità zero?
Quando ci sarà un Capo di Stato che in modo austero ricorderà durante una cerimonia pubblica che «l’aborto non portò nulla di buono!»
E quando verrà istituita una giornata in memoria dell’olocausto delle vittime dei partigiani dopo (e sottolineo dopo!) la fine della guerra nel famigerato triangolo rosso di Reggio Emilia? 
C’è olocausto e olocausto? 
Quando ci sarà un Capo di Stato che in modo austero ricorderà durante una cerimonia pubblica che «i partigiani non fecero nulla di buono!».
E non parlo delle centinaia di milioni di morti causati dai regimi comunisti (tutti storicamente appurati!).

E non tralasciamo chi vorrebbe sterminare persone malate in stato terminale facendolo passare per un gesto di pietà. 
Facciamo finta di non vederli perché “non ci tocca”
Proprio come 70 anni fa molti lo accettavano perché “tanto non siamo ebrei!”. 
Io non ne faccio un problema ideologico per fare una "gara a chi ne ammazzava di più" ma i morti sono morti sempre, gli stermini sono stermini sempre. 
Dobbiamo attendere altri anni prima di vedere giustamente ricordati anche questi abominevoli stermini?

domenica 14 gennaio 2018

SERIE TV O TV SERIE?

Quando uscite a cena con amici provate a mettere il cronometro per verificare dopo quanti minuti si inizia a parlare delle “serie tv”. 
Tutto ruota attorno ad esse. 
Puoi anche non farti il risvoltino, puoi anche non avere l’«iPhoneX» ma guai non sei abbonato a Netflix, non sei nessuno. 
Ti guarderanno con un’espressione da Farinata degli Uberti, tra il conato emetico imminente e sprezzo da prince George. 
Vi sentirete come se vi foste seduti in una tavolata di scienziati esperti nella teoria Wegeneriana della deriva dei continenti.
Ebbene sì, sappiatelo, è arrivato il momento di farVi un’imbarazzante confessione: io non sopporto le serie tv. 
Sia chiaro, ci ho provato. Non le sopporto. 
C’è chi ad esempio non sopporta i boxer? 
Bene, io non sopporto le serie tv. 

«Devi provare!!» risponderanno in coro mentre ti sentirai come la particella di sodio di un’acqua oligominerale
Per essere davvero “up-to-date” devi esserti sciroppato tutta la serie “The Crown”.
Inutile tentare di far notare di essere già un esperto di monarchie europee. 
Devi conoscere anche i dettagli di quella serie, se possibile anche versione “director's cut”. O ti sentirai escluso per tutta la serata da un entusiasmo così contagioso.
A questo punto come ho già rivelato, ci ho tentato.

Il percorso iniziatico fu su SkyAtlantic con “1992” la serie tv su Tangentopoli.
Ero davvero incuriosito da quella serie che, avrebbe dovuto ripercorrere in versione “docu-fiction”, fatti e avvenimenti che già conoscevo.
Ero quasi galvanizzato in attesa dell’esordio di questa serie tv. Mi ero informato sugli attori e su chi rappresentavano sulla scena, sui personaggi reali e su quelli inventati.
Emozione e adrenalina erano un cocktail per le mie vene.
Poi giunge l’assuefazione. Un po’ come accade per alcuni farmaci e per le emozioni. E devi aumentare le dosi per aver la stessa sensazione. Non ti basta un episodio.
Le serie tv sono come la droga: provocano dipendenza.

Nonostante la storia raccontata fosse già nota, capii subito, dopo qualche episodio, che  la soglia d’attenzione -inevitabilmente- calava drasticamente molto prima dei titoli di coda e la narcolessia aveva la meglio.
«Beh, conosci già la trama, Ecco perché ti annoi!» mi fu detto.
Provai con Downton Abbey.
Ma qualcosa si era spento.
E non era il televisore.
La fine della serie mi aveva lasciato addosso una sensazione sgradevole, tra il vuoto e la frustrazione per non essere riuscito a trattenerne alcun senso.
Nulla quæstio sulla sceneggiatura e sull’interpretazione.
Era come una sensazione di aver incontrato una donna per una serie di volte senza che questa relazione mi avesse lasciato dentro una sensazione che andasse oltre quell’effimero piacere temporaneo dato dal talamo.
Alcune relazioni possono restare dentro per tutta la vita.
Altre relazioni ad un certo punto finiscono così come sono iniziate. Proprio come la serie tv. Chiodo scaccia chiodo. 
Una relazione finita dà spazio ad una che inizia che riempiva il vuoto pneumatico lasciato come se da spettatore avessi pagato l’ultima rata di un mutuo acceso con l’abbonamento contratto.
È la “serialità” forse che è incompatibile con il mio personale senso del vita.
E questo infatti mi capita anche per le fiction che si protraggono per più di 4-5 episodi. 
E non parliamo poi sequel dei film.
Iniziavo a sentirmi a disagio, quasi in colpa. È tutta colpa mia, sono io il legno storto?

Conoscendo la mia bibliofilia, gli amici –con la solita espressione saccente da Farinata degli Uberti – mi rammentavano che «le serie tv erano la nuova letteratura». 
Altri tentavano di appigliarsi alla mia passione per la comunicazione creativa aggiunsero «le serie tv sono indispensabili per capire i nuovi modi di comunicare». Badate bene “indispensabili”, non utili! Indispensabili come un farmaco salvavita.

Ed io guardavo con desolazione mista a rassegnazione la mia libreria: con l’avvento della nuova letteratura, d’un tratto si era riempita di vecchi ed obsoleti volumi?

Ma c’è un dettaglio che rende le serie tv pericolosissime: come le droghe creano dipendenza.
Qualsiasi fiction su una tv (sia digitale che via cavo) è legata ad un palinsesto della rete, settimanale o quotidiano, ma c’è un numero di episodi fissi che vengono periodicamente mandati in onda finito il quale occorre attendere la prossima volta.
Le serie tv sui canali “non televisivi” offrono tutto l'intero pacchetto degli episodi e così facendo creano una fiumana di “binge-watchers” (ovvero "telespettatori seriali" che guardano diversi episodi consecutivamente di programmi televisivi senza soste,).
che scaricano episodi in massa per guardarli di seguito per serate intere. 
C’è lo shopping compulsivo? 
E c’è anche lo spettatore compulsivo che, in un crescendo di dipendenza, scarica serie dopo serie, episodi dopo episodi, intere stagioni, in una sorta di… un accanimento visuale.
Ecco la dimostrazione: creano dipendenza. 
Si inizia con un episodio, e poi basta poco per restare intere notti a lasciarsi obnubilare la mente.
Una statistica ha poi dimostrato che il “binge-watcher”tipico sarà pure un genietto digitale ma è anche semianalfabeta funzionale (per la vetusta e obsolescente letteratura). 
NO, NON CI STO!
Io preferisco guardare in tv un talk-show o uno spettacolo di musica sapendo che, per quanto lungo possa essere, avrà una fine coi titoli di coda. L’equivalente del “THE END” nei film.
Posso anche guardare un film (sebbene io ami vedere i film al cinema, mangiare la pizza in pizzeria, bere un cappuccio al bar!).
La puntata successiva del talk-show avrà altri protagonisti ed altri argomenti. E soprattutto, non si svolgerà immediatamente a ruota. Dovrò attendere una settimana o la sera successiva. L’emozione dell’attesa. Non posso scaricare un'altra puntata di quel programma. 
Ecco perché ad una SERIE TV preferisco... le TV SERIE
E in mancanza di queste, la mia libreria e il mio Kindle sapranno darmi le emozioni «con nuova e crescente ammirazione e soggezione e occupare persistentemente il mio pensiero»!


venerdì 12 gennaio 2018

MERCI BEAUCOUP, CATHERINE!

Qualche settimana fa, quando scoppiò la “bomba Weinstein” mi domandai se a Hollywood avessero scoperto l’acqua calda. Tutto ad un botto, era tutta una cascata di stars dalle nuvole e tutti scoprirono che il co-fondatore della casa di produzione Miramax, era un (p)orco,
Che scoperta: questo marciume è ciò accade in tutti gli ambiti artistici come il cinema, la musica e la moda. «Do ut des» è il paradigma.
E ammettiamo che spesso accade anche –con le dovute proporzioni!– anche in un normalissimo ufficio…
E sia ben chiaro che non lo sto giustificando. Tutt’altro…
Tutti sapevano dei suoi comportamenti aggressivi ed arroganti ma era una gallina dalle uova d’oro: un film prodotto da lui aveva già un Golden Globe (e forse un Oscar!) in mano ma tutti hanno deciso di tacere per circa trenta anni.
Particolarmente interessante il silenzio sulla vicenda di una “pasionaria” dei diritti femminili come Meryl Streep (sempre pronta a fare in ogni occasione utile aspre intemerate al presidente Donald Trump additato come “sessista”). La stessa che durante la cerimonia dei Golden Globe nel 2012 definì Weinstein «un dio», salvo poi parlare ora di un «disgustoso ed imperdonabile abuso di potere»…
Colsi l’occasione per far notare che ormai ogni avance è scambiata per molestia sessuale: un baciamano, un gesto di cortesia, un mazzo di fiori, un caffè offerto al bar, un complimento corre il rischio di essere etichettato come un disgustoso tentativo di avance. E io invece sottolineai che la galanteria non è mai avance. (http://entelechia4ever.blogspot.it/2017/11/la-galanteria-non-e-mai-unavance.html)
Poi si è aggiunta, buon ultima,  la anchor-woman più famosa degli USA, Oprah Winfrey  per cavalcare la tigre e candidarsi alla Casa Bianca, sempre appoggiandosi all'argomento del giorno. Peccato che -quasi in tempo reale- qualcuno si ricordò di una foto in cui la giornalista osannava e coccolava il produttore.
In mezzo a tante oche starnazzanti, finalmente ora prende la parola una grande attrice e una grande donna, Catherine Deneuve che si rifiuta di seguire il mainstream di facciata e, con una lettera aperta pubblicata su «Le Monde» insieme ad un altro centinaio di donne, si ribella contro il "nuovo puritanesimo" imperante.
«Lo stupro è un crimine –afferma la star francese–  ma tentare di sedurre qualcuno, anche in maniera insistente o maldestra, non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio».
Merci, Catherine. Merci beaucoup.
Perché dobbiamo sempre pesare col bilancino le parole ed i nostri gesti per paura di essere fraintesi?
Quella stessa paura che, pian piano, si è insinuata in tutti noi uomini come un veleno di Mitridate, inibendo i nostri gesti galanti per il timore che possano essere interpretati come una molestia "in nuce", quella paura di apparire stalker, quella paura di essere additati come molestatori temendo di finire sui giornali , quella paura ci sta trasformando in cyborg glaciali incapaci di manifestare sentimenti.
Gli uomini hanno paura di corteggiare le donne e le donne non sono più abituate ad essere corteggiate.
Io dico NO! Un “NO” stentoreo.
«Difendiamo la libertà di importunarci» conclude il suo appello la Deneuve ed io vorrei rivolgere un appello alle donne: riscoprite il piacere di essere donne e di essere corteggiate, non toglieteci il gusto di un gesto galante.
Siamo uomini, non cyborg…