venerdì 3 febbraio 2017

TUTTI CANTANO SANREMO


Ci sono delle regole che vengono insegnate (e ripetute fino alla noia!) in qualunque corso di comunicazione creativa:
  1. «STUPISCI IL CLIENTE!»
  2.  «FAI PARLARE DI TE!»
  3. «BRAND AWARENESS».

Mi sono venuti in mente questi tre “pilastri” di una buona campagna creativa, vecchie reminiscenze di un corso di “Web Advertising”, mentre assistevo agli spot tv per l’imminente 67a edizione del festival della Canzone Italiana di Sanremo.
Mi riferisco ai due spot in cui un quartetto di alieni canta “Terra Promessa” (brano presentato proprio a Sanremo nel 1984 da Eros Ramazzotti conquistando il 1º posto nella categoria "Giovani") www.youtube.com/watch?v=KjlOpvSssCw, poi un gruppo di giovani mamme in attesa i cui bambini cantano in pancia “Non ho l’età” (brano vincitore del 1964 di Gigliola Cinquetti) www.youtube.com/watch?v=c1xxpfoWMWU. 
E poi il “payoff” TUTTI CANTANO SANREMO.

È innegabile che i creativi che hanno elaborato gli spots abbiano esaudito tutti e tre i punti previsti come "must" per una campagna di comunicazione. 


«STUPISCI IL CLIENTE!».
E non ci soffermiamo se lo stupore sia in senso buono o meno.
Lo stupore del telespettatore c’è stato. Punto!
E le polemiche pure. Due punti ...a capo.
E quando sorgono le polemiche è un segno tangibile dello stupore. Obiettivo centrato!

«FAI PARLARE DI TE!».
E tutti parlano di questo spot. Molti criticandolo, ma tutti ne parlano! Obiettivo centrato. 2 su 2.

Un po’ come successe a cavallo degli anni ‘80/’90 con le campagne curate da Oliviero Toscani per la “Benetton”. Suore che baciava un prete; un ragazzo palestinese che abbraccia un israeliano, tre bambini, uno bianco, uno giallo e uno nero, che mostrano la lingua dello stesso colore in segno di uguaglianza.
Raramente nell'immagine si trovava alcun riferimento al prodotto.
Campagne-shock che stupirono e turbarono molti italiani. Ma il messaggio arrivava. Eccome se arrivava!

Anche con gli alieni è successa una cosa simile: «Che c’entrano gli alieni?» molti si son chiesti. 
Ma l’obbiettivo di stupire è stato centrato. E poi… non tralasciamo le canzoni scelte: «Terra Promessa» con gli alieni; «Non ho l’età» cantata da feti in attesa di nascere. Ditemi che non è geniale!

Poi però deve arrivare la «BRAND AWARENESS» la “consapevolezza del marchio”.
Eh sì: questo è essenziale per evitare il funesto “effetto Buonasera”.
Molti di voi si ricorderanno lo spot dell’usato sicuro Fiat del 2003.
Una ragazza che urla al telefono col marito (o fidanzato?) che la avvisa che la sera non tornerà a casa. La ragazza minaccia «…allora esco con il primo che incontro!!». Nell'appartamento sotto di lei un aitante ragazzo lava i piatti e coglie la palla al balzo e si presenta alla porta con un sorriso smagliante (in abito scuro e... guanti di gomma ancora indossati!) ed esclama un “Buonaseeeera” che negli anni 2000 divenne un vero tormentone. Peccato che però, nessuno si ricordasse il “brand”.


In questi casi però il brand è chiaro: il festival di Sanremo che incarna da 67 anni  in sé tutte le tre regole: fa parlare per un mese di se tutta l’Italia (sebbene gli intellettualoidi citino il nome con la faccia schifata!)…

domenica 29 gennaio 2017

«FAKE-NEWS» vs. VERITÀ

Le «fake-news» spopolano sempre più. 
Non sono 100% vere bufale ma più che altro notizie abilmente ritoccate e sottoposte ad un delicatissimo trattamento di maquillage occultando alcuni elementi, camuffandone altri, facendo apparire la notizia per quello che non è. 
Ultimamente esempi di fake-news ce ne sono a iosa.
Ad esempio il caso più eclatante è «il muro di Trump». 


Peccato che quel muro esista già dal 1994 costruito da Bill Clinton (sì l’ex presidente democratico, il marito di Hillary, candidata alla Casa Bianca!) e poi esteso e proseguito nel 2006 da George W. Bush, con l’approvazione del “Secure Fence Act”, (firmato e votato anche da 25 senatori democratici, tra cui –udite, udite!- Hillary Clinton e Barack Obama). 
Ma ora che Donald Trump vuole proseguire questa recinzione ai confini con il Messico, tutti gridano “RAZZISTA!1!1”.
Tutto condito con l'astio reiterato per Donald Trump. 

Il presidente U.S.A. azzera le sovvenzioni statali all’abortificio di «Planned Parenthood»? Silenzio. 

Il vice presidente americano Mike Pence partecipa alla «March of life», manifestazione anti-abortista che si tiene annualmente a Washington in occasione dell'anniversario della sentenza “Roe vs Wade” con cui il 22 gennaio 1974 la Corte Suprema legalizzò l'interruzione di gravidanza? Silenzio!
«La vita vince di nuovo in America. Oggi è la celebrazione di questo progresso (…) -annuncia Pence- è evidente la presenza di una maggioranza “pro-life” nel Congresso degli Stati Uniti d'America», ma su queste parole grava un silenzio tombale anche da parte di Avvenire (il quotidiano della CEI!) e di molte associazioni cattoliche. 

Trump elabora un decreto per migliorare i controlli su visti e immigrati ed evitare l'arrivo di jihadisti e terroristi garantendo corsie preferenziali per i cristiani? 
Trump per i media è populista, anti-islamico e razzista. 
Peccato che il testo dell'ordine esecutivo non citi gli islamici e metta al bando solo «coloro che sostengono ideologie violente anziché la legge americana». 
Nel firmarlo Trump parla della necessità di «tenere islamisti radicali e terroristi fuori dagli Stati Uniti. Non ammetteremo nel paese chi minaccia i nostri soldati che combattono all'estero». E i media muti! 
Nulla a che vedere quindi con il razzismo e la discriminazione religiosa.  
La revoca dei visti non riguarda i «mussulmani», ma i cittadini di sette Paesi (Irak, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia, Yemen) dove la presenza di Al Qaida e dello Stato Islamico è assolutamente documentata. L'unica eccezione riguarda il Sudan, il cui presidente Omar al Bashir è ricercato dalla Corte internazionale per genocidio e crimini di guerra.

Ma le fake-news sono ad ampio raggio. Non conoscono confini geografici!
Tutti abbiamo letto sui social «la Russia depenalizza le violenze domestiche, si potranno liberamente picchiare mogli e figli».
E tutti pronti a clikkare "mi piace".
Peccato che anche qui la notizia vada scovata su internet eliminando un cumulo di menzogne sotto le quali i media hanno nascosto bene la notizia.
E scopri così che lo scorso luglio la Duma, il parlamento russo, ha votato una legge durissima contro le violenze domestiche.
Scopri anche che la legge precedente prevedeva, per chi commetteva un atto violento “entro le mura domestiche” pene superiori a quelle contro chi commetteva lo stesso atto “fuori dalle mura domestiche”. Ed è per questo che è stato approvato un emendamento alla legge che equipara le pene per lo stesso atto compiuto dentro o fuori casa.
Chi darà un pugno alla moglie andrà in galera e subirà la stessa pena di chi dà un pugno per strada alla moglie di un altro.

Però c’è sempre –sempre –ben nascosta nei media– l’irrefrenabile voglia di ergersi a "opinion makers"… emulando il Marchese del Grillo che affermava «io so' io, e voi 'un siete un *****!!»

lunedì 23 gennaio 2017

QUANDO UN PRESIDENTE PARLA ALLA NAZIONE COL CUORE

Ci sono frasi che ogni cittadino vuol sentire pronunciare dai propri governanti, frasi sul senso di appartenenza alla propria nazione, frasi di incoraggiamento, frasi come «affronteremo insieme delle sfide, faremo i conti con momenti di difficoltà, ma ci riusciremo». 
Frasi che mettono al centro la propria nazione fatta da persone non da istituzioni, frasi come «oggi stiamo trasferendo il potere dalla sede istituzionale e lo stiamo restituendo a voi, popolo». 
Frasi che danno consapevolezza ad una nazione come «per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha fatto propri i benefici del governo, mentre il popolo ne pativa i costi». 
Frasi che sottolineano che i posti di lavoro vengono meno e le fabbriche chiudono perché sistema protegge se stesso, non i cittadini del proprio Paese.
«Perché da oggi il popolo è tornato a essere sovrano in questo Paese (…) Riporteremo in patria i nostri posti di lavoro. Ripristineremo i nostri confini. Riporteremo in patria le nostre ricchezze. E faremo tornare i nostri sogni». 
Queste sono le frasi che avrei sempre voluto sentire dal presidente o da qualche capo di governo del mio paese. 
Quel senso di appartenenza, quel (ri)mettere al centro il popolo, (e non in senso populistico melenso tipico dei nostri politicanti!) quel «restituire» al popolo la sovranità che spetta loro.
Frasi che mi facciano sentire orgoglioso di essere italiano, frasi che mi facciano sentire partecipe di appartenere alla mia nazione.Vorrei sentire pronunciare anche dal mio presidente che «è arrivato il momento dell'azione: non lasciate che nessuno vi dica che è impossibile». 
Queste frasi il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump, il 20 gennaio 2017 le ha pronunciate (con buona pace di molti giornalisti che in tv hanno commentato –masticando e rosicchiando il proprio fegato condito con bile!- tutt’altro che oggettivamente questo evento. In particolare ricordo la corrispondente di un TG delle reti pubbliche che sottolineava che “Trump sarà un presidente che chiuderà l’America in se stessa e penserà solo ai suoi cittadini”.
Beh ti pare poco!
Forse le è sfuggito che Donald J. Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America non dell’Universo. 
Ma quella è tutta un’altra storia
.Il popolo Americano può scegliere il proprio presidente e l'ha fatto. 
Noi Italiani ancora attendiamo di poter esprimerci. 
God bless America (...and her new President!)

venerdì 9 dicembre 2016

«LA PERFEZIONE DELL’IMPERFEZIONE»


C’è un piccolo aneddoto della tradizione orientale, citato da Vittorio Buttafava, che mi ha sempre colpito e che ritengo che possa rendere un quadro esaustivo della nostra società (...sempre più alla deriva). 
«Un professore di filosofia salì in cattedra e, prima di iniziare la lezione, tolse fuori dalla cartella un grande foglio bianco con una piccola macchia d’inchiostro nel mezzo. Rivolto agli studenti domandò: “Che cosa vedete qui?”. 
“Una macchia d'inchiostro”, risposero quasi tutti in coro. 
“Bene”, continuò il professore, “così sono gli uomini: vedono soltanto le macchie, anche le più piccole, e non il grande e stupendo foglio bianco che è la vita”». 

Profeticamente Buttafava inquadrò eccellentemente la grande malattia che affligge il nostro mondo. 
Ci ostiniamo a voler fare le pulci a tutto. 
Alle persone, alle azioni, alle cose. 
Ci fossilizziamo sulle piccole sbavature di inchiostro, cercando minuziosamente un eventuale “pelo nell’uovo”, una ricerca affannosa per focalizzare solo i difetti tralasciando invece l’aspetto globale di «quel grande e stupendo foglio bianco che è la vita». 
E non è un caso che tutti siamo diventati acidamente cinici e velenosamente sarcastici, sempre meno capaci di “saper godere ed apprezzare” anche le imperfezioni di ciò che ci circondano. 
La vita è piena di cose imperfette. 
Immaniamo cosa sarebbe la Torre di Pisa se fosse diritta come un fuso. Chi andrebbe a vederla?
Cosa sarebbe il famosissimo "Gronchi rosa" se i confini del Perù fossero stati corretti? Un normalissimo francobollo!
Oppure le "500 lire d'argento" con le bandiere degli alberi maestri delle tre caravelle disposte "controvento", cioè a sinistra. 
La loro rarità sta nell'errore..
Imparare ad accettare i difetti e decidere di apprezzare ognuna delle differenze degli altri, è una delle cose più importanti per creare una relazione sana e duratura. 
Pensiamo infine a Alexander Fleming quando partì per una breve vacanza scordando i suoi campioni di stafilococchi incustoditi in laboratorio...
Quando ritornò, trovò i campioni ammuffiti. 
Se avesse -superficialmente- focalizzato la sua attenzione sui campioni ammuffiti, ora non sapremmo cosa sia la “penicillina”.
La comprensione e la tolleranza sono la base di ogni buona relazione. 

mercoledì 26 ottobre 2016

HALLOWEEN? NO, COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI!

Provate a chiedere che cosa si festeggi tra fine di ottobre e l’inizio di novembre! La risposta sarà corale: H-A-L-L-O-W-E-E-N!! Travestimenti, maschere, scheletri e scherzi sono gli elementi di questa ricorrenza che affascinano grandi e piccini. Peccato che sia solo l’aspetto più goliardico e superficiale dell’evento, ignorando i valori simbolici e culturali originali dove tale tradizione è nata. E anche gli spot se ne sono subito impossessati per creare il clima degli spot.

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Esteròfili come siamo, abbiamo importato ad occhi chiusi tradizioni straniere perché… sono più “cool”. I mesi di ottobre e novembre sono stati da sempre molto ricchi di richiami al culto dei morti: le giornate si sono accorciate a viste d’occhio, l’imbrunire arriva a metà pomeriggio e trasmette quindi l’idea delle tenebre. Da qualche lustro Halloween, ha avuto una diffusione virale che – complice il marketing – si è trasformato in un “carnevale d’autunno”.
Travestimenti, maschere, scheletri e scherzi sono gli elementi di questa ricorrenza che affascinano grandi e bambini. Peccato che si stia  ignorando i valori simbolici e culturali originali dei paesi in cui tale tradizione è nata: Stati Uniti, Gran Bretagna e Irlanda.
Vorrei specificare che non sono prevenuto contro Halloween per partito preso. Ecco quindi che vorrei spiegarlo:
- Abbiamo già simili feste nella tradizione italiana e regionale;
- Penso che non si sia perso il vero senso della festa di Halloween.
Partiamo dal termine Halloween che deriva da «Hallows’ Evening», letteralmente “Sera di tutti i Santi”. Infatti il simbolo di questa festa è Jack O' Lantern un vecchio fattore che, secondo la leggenda, avendo peccato talmente tanto, neppure il diavolo lo volle accettare e tornato sulla Terra intagliò una zucca iniziando a vagare per il mondo in cerca di un posto dove stare.
Nei paesi anglo-sassoni quindi non è semplicemente un ornamento da esporre fuori dalla finestra, ma un simbolo legato ad una tradizione antichissima che serviva a tener lontani gli spiriti che – sempre secondo la leggenda – si diceva vagassero per la città nella notte del 31 ottobre.
Inoltre la tradizione di «Trick or treat?» (dolcetto o scherzetto?) fatta da bambini vestiti da mostriciattoli o streghe deriva semplicemente dal fatto che gli elfi e le fate presenti nella cultura celtica usavano fare scherzi agli uomini.
Per il Celti, la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, è detta “Samain” che richiama la parola “san-fuin” ovvero “fine dell’estate”. In quella notte i morti confinati nel “mondo intermedio”, hanno accesso al mondo dei vivi.
I Druidi appiccavano un «fuoco rituale» su un’altura in modo che da quelle fiamme ognuno possa attingervi per riscaldare la propria casa. L’importanza dei fuochi ha un grande valore simbolico.
In Scozia invece è ricordato come “Nos Galan-gaeaf”, la «notte delle calende d’inverno». Anche in tal caso, avveniva un contatto tra morti e i vivi attraverso un «rimescolamento cosmico». 
Quella notte ha un significato anche nelle tribù rurali: la terra s’appresta a dormire per poi risvegliarsi nella successiva primavera.
 
Come Scrive Alberto Massaiu «il 30 ottobre, nelle colline della Britannia, della Gallia, dell’Irlanda e della Caledonia venivano preparate delle enormi cataste di legno. Il 31 venivano accese e, in concomitanza, i fuochi dei focolari di ogni singola abitazione nei villaggi venivano spenti per tutta la notte. L’indomani, il primo giorno di novembre, i druidi si recavano di casa in casa a portare le braci ardenti del sacro fuoco nuovo, che simbolicamente delineava il trapasso dell’anno vecchio in quello che appena incominciato»
Anche nell’isola di Man s’accendevano dei fuochi per «stornare la dannosa influenza di fate e streghe».
Lo storico delle religioni (nonché antropologo, scrittore, filosofo, mitografo) Mircea Eliade, fa notare che «la solidarietà dei morti con la fertilità e l’agricoltura si nota ancor più chiaramente studiando le feste o le divinità in relazione con uno di questi due complessi cultuali. Spessissimo una divinità della fertilità tellurico-vegetale diventa anche divinità funeraria […].» D’altronde i defunti sono quelli che “abitano sottoterra” come le piante!
Ma ora lasciamo da parte ora le usanze celtiche e torniamo dalle nostre parti!
 
In molti nostri paesi della Sardegna dove i bambini andavano in giro per le case a chiedere «Sos mortos mortos» o «Is animeddas» rimediando spesso fichi secchi e caramelle! Anche in Sardegna, infatti, la notte tra il 31 ottobre e il 1° Novembre, secondo la tradizione, il “portone” che trattiene le anime del purgatorio si apre, permettendo a queste di girovagare – momentaneamente – per le case che un tempo furono di loro proprietà o di visitare luoghi ai quali si sentono profondamente legate.
I bambini sardi, vagavano vestiti di stracci, quasi a voler simboleggiare le anime dei piccoli defunti, e bussavano di porta in porta, domandando, con cantilene differenti da località a località, una piccola offerta, un piccolo dono per le “sfortunate anime del purgatorio” che in quella notte venivano ricordate più che in ogni altro giorno.
 
In Sicilia, secondo la tradizione, sempre nella notte tra il 1° e il 2 di novembre, i morti tornano a fare visita ai cari ancora in vita, lasciando un regalino ai bambini. La mattina del 2 novembre, i bimbi quindi andavano in giro per la casa a cercare il regalo che il parente defunto ha portato durante la notte. In genere erano cose semplici come una “pupa ri tzùccaro” (una bambola di zucchero oppure di pezza!).
Non scordiamo che in tutto questo c’era una funzione anche pedagogica: fare in modo che i bambini tenessero nella loro mente e nel loro cuore le persone di famiglia defunte che non avevano mai conosciuto. Serviva anche a portare un po’ di allegria in famiglia in una ricorrenza di per sé triste. Era una gioia per gli adulti vedere come si illuminavano gli occhi dei loro bambini quando questi trovavano il loro regalo. 
Aggiungiamo anche la “Morte Secca” in Toscana oppure in Campania i “Cicci muorti”. Ecco perché Halloween è una festa che non ci appartiene: semplicemente abbiamo già le nostre tradizioni simili.
Non ci appartiene anche perché trasuda di bieco e banale marketing (nella sua accezione più squallida) e perché rischia seriamente di annientare la nostra profonda tradizione della Commemorazione dei defunti e sostituirla con il nulla.
Per una corretta consapevolezza culturale, sarebbe bene valorizzare o addirittura riscoprire la nostra vecchia e cara commemorazione dei defunti, partendo soprattutto dalle scuole (che invece organizzano per prime il carnevale di Halloween!)
Il confronto tra Halloween e “sos mortos mortos” esterofili come pochi al mondo, non può certo reggere!
Come se non bastasse, si è voluto aggiungere un tocco esoterico che, qualche mente bacata, ha voluto dare a questa festa, come le notizie di cronaca (purtroppo nera) ci confermano, scatenando – come corollario! – l’ira funesta di coloro che, con altrettanta superficialità, lottano contro “Halloween festa satanica”!
 
E secondo voi, il mondo della comunicazione poteva lasciarsi sfuggire quest’occasione ghiotta? Si sa che i brand amano gli appuntamenti periodici come le festività. Quale migliore occasione, quindi, per produrre contenuti creativi e …spaventosamente collegati a questa occasione in un turbinio di fantasmi, streghe e lupi mannari.
La Pepsi qualche anno fa ha stupito tutti con una campagna davvero geniale che, partendo dal tema legato ad Halloween s’è voluta togliere qualche sassolino dalla …lattina, portando avanti l’ennesimo capitolo della saga “Pepsi vs. Coke”. E fu così che –nel 2013– lanciò «We wish you a scary Halloween». Giocando sul fatto che ad Halloween si scelgono travestimenti spaventosi, capeggiava una lattina di Pepsi travestita da Coca-Cola (per la Pepsi, una strega brutta e spaventosa!). Con questa campagna pubblicitaria la Pepsi attirò un’attenzione incredibile da parte dei media.
Poteva la Coca–Cola non raccogliere l’occasione per una replica con un instant marketing? Certo che no. Ecco allora «Everybody wants to be a hero!» dove i creativi ad Atlanta rilanciarono e giocarono sulla propria eccellenza con quella stessa immagine delle lattine travestite. Infatti a differenza della pubblicità di Pepsi, non puntaronno a denigrare il competitor, bensì a riconfermare la supremazia sul mercato. Risultato: il tocco di un semplice copy modifica completamente il messaggio, sottolineando che la lattina sembra proprio vestita da Superman.
Più complesso e articolato lo spot della Nike che riesce ad incastrare perfettamente il tipico tema “dark” di Halloween con uno storytelling ispirato al film “Scream”. La protagonista è perseguitata da un killer. Che può fare? Correre, ovvio! «Run for your life» ... Ma con un paio di scarpe Nike, riesci anche a seminare il killer. E «You’ll live longer» come recita il pay-off.
Nel 2014 la catena svedese IKEA per Halloween ideò un video per il mercato di Singapore che ricalca “Shining” il capolavoro dell'horror di Stanley Kubrick con il bambino che scorrazza tra gli stand del magazzino col suo triciclo rosso… Kubrick non avrebbe saputo fare di meglio.
E per Halloween Samara, la protagonista di “The Ring”, poteva non essere evocata? Certo, come promoter per “Phones 4Y”.  E non potrete non accettare il suo invito…
I bambini ne sanno una più di… Halloween. La Snickers lo sa… e ha ingaggiato una minacciosa signora che “consiglia” di riempire il proprio carrello proprio di praline Snickers.
Infine in questa brevissima carrellata di spot “horror” troviamo la Volkswagen che punta proprio sulla nomea dei tedeschi come persone rigide e poco inclini al “sense of humour” e pubblica una serie di auto che – nei film horror – non riescono a partire per poi invitare nel pay-off finale a chiedersi come mai nei film horror non ci siano mai auto Volkswagen.
 
Concludendo non dobbiamo permettere che le zucche e i fantasmi possano soppiantare i nostri dolcetti, le castagne, i fichi secchi e giocattoli. È giunta l’ora di riappropriarci della nostra identità e della nostra cultura, partendo proprio dai più piccoli. Ai genitori e soprattutto ai nonni va questo importante compito di tramandare e tenere saldamente in vita queste tradizioni, raccontando le favole e i racconti che hanno sempre inchiodato alla sedia intere generazioni di bambini, secondo le quali nella notte tra l’1 ed il 2 di novembre i nostri cari morti tornano a farci visita, portando dolci e regali. È una questione di identità e di cultura: dobbiamo difenderla.
 Ed ora che sapete il vero significato della zucca intagliata abbiamo la conferma che quelle che vedete in giro sono solo delle …zucche vuote!.


mercoledì 1 luglio 2015

OGGI NACQUE UNA GRANDE PRINCIPESSA


















Diana Spencer nacque il 1° luglio 1961 da Edward Spencer, VIII conte Spencer, Visconte di Althorp e dalla sua prima moglie Frances Ruth Burke-Roche, Viscontessa di Althorp, figlia di Ruth Roche e di Edmond Burke Roche, quarto Barone Fermoy.
Nacque a Parkhouse, proprio vicino la residenza reale di Sandringham.
La madre, Lady Frances, lasciò la famiglia quando Diana ha solo sei anni e andò a vivere con un facoltoso proprietario terriero, Peter Shand Kydd.
Fin da piccola Diana soffrì della mancanza della figura materna: la madre era spesso assente e trascurava la famiglia.

A dodici anni Diana viene iscritta alle scuole secondarie presso l'istituto di West Heoth nel Kent; dopo poco lascia l'amatissima residenza di Parkhouse e si trasferisce nel castello di Althorp nella contea del Northamptonshire.
La famiglia degli Spencer, è addirittura più antica e blasonata di quella dei Windsor...
Il padre Lord John diventa l'ottavo Conte di Althorp.
Il figlio Charles diventa visconte e le tre sorelle Diana, Sarah e Jane sono elevate al rango di Lady.
Grazie al suo comportamento informale, Lady D. (come viene soprannominata dai tabloid con un tocco fiabesco), entra subito nel cuore dei sudditi e del mondo intero.
Nel 1977, giovanissima, ad una battuta di caccia conosce Carlo, che allora frequentava la sorella Sarah. Nel mese di luglio 1979 le due sorelle Spencer vengono invitate in Scozia nella residenza reale estiva e a febbraio del 1980, per la prima volta, Diana trascorre un fine settimana a Sandringham senza la compagnia delle sorelle.
Si susseguono una serie di incontri fino a che il 24 febbraio 1981 Buckingham Palace annuncia ufficialmente il loro fidanzamento.
Il matrimonio avviene nella St. Paul's Cathedral a Londra, mercoledì 29 luglio 1981, trasmesso in mondovisione. Diana veste un abito con un velo lungo ben sette metri.
 Alla cerimonia nella cattedrale partecipano 2500 invitati.
Il viaggio di nozze di Carlo e Diana è una crociera a bordo del panfilo reale Britannia, il più antico della Marina inglese. La prima tappa fu a Porto Cervo in Sardegna.
Dal matrimonio con il principe Charles, nacquero due figliWilliam e Harry.
Nel dicembre 1992 purtroppo viene annunciata ufficialmente la separazione.
 Lady Diana si trasferisce a Kensington Palace, mentre il principe Carlo continua a vivere ad Highgrove.
Nel novembre 1995 Diana rilascia un'intervista televisiva. Parla della sua infelicità e del rapporto con Carlo.
Carlo e Diana divorziano il 28 agosto 1996.
Numerose sono le sue attività di beneficenza e solidarietà in cui oltre a prestare la propria immagine, si impegna attivamente con l'esempio.
Con la sua immagine aiutò soprattutto i bambini poveri dell'Africa e fu accanto a personalità come Nelson Mandela, il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, e la beata Madre Teresa di Calcutta con la quale strinse una fortissima amicizia (e che a distanza di 2 settimane la raggiunse nel regno celeste!)
Dopo la separazione Lady D continua ad apparire accanto alla famiglia reale nelle celebrazioni ufficiali.
Il 1997 è l'anno in cui Lady Diana sostiene attivamente la campagna contro le mine anti-uomo.
Il 31 agosto 1997 avviene il terribile incidente nel tunnel dell'Alma a Parigi: alla fine di un'estate trascorsa insieme, perdono la vita Lady Diana e Dodi al Fayed
Il corpo della principessa viene sepolto in un minuscolo isolotto al centro di un laghetto ovale che abbellisce la sua casa ad Althorp Park, a circa 130 chilometri a nord-ovest di Londra.
Ma la sua bellezza e la sua classe rimarrà sempre a imperitura memoria. 

sabato 23 maggio 2015

Il buonismo, la piaggeria e... la verità.

«Abbi rispetto di ********!!!» (alzi la mano chi di voi lettori, non ha sentito mai questa frase, con l’indice alzato d’ordinanza, e al posto degli asterischi, aggiunga a propria discrezione la mamma, il papà,  i nonni, la maestra o gli zii!).
Per decenni abbiamo sempre sentito parlare di rispetto. Ci viene inculcato fin da bambini, ma in verità nessuno ha mai rispettato nessuno, segno che serve a ben poco e ognuno rispetta solo quello che può.
Per una sorta di nemesi culturale poi, sono proprio gli insofferenti (da pargoli) al rispetto, che esigono poi – raggiunta una posizione di padre, madre, capufficio! – a imporlo agli altri.
La retorica. Ecco come spiegare tutto. 
Piaggeria. 
Demagogia. 
Retorica.
Prendiamo il rispetto per le religioni, (non per la religione!) che però –per coerenza– sarebbero tenute, anche a  rispettarsi fra di loro, visto che per una Gesù Cristo è il figlio di Dio e il Messia, per l’altra un profeta qualsiasi, per l’altra ancora non rappresenta nessuno, perché loro puntano solo al Nirvana, e per far questo non hanno bisogno di intermediari!
Poi guai a cambiare una sola virgola della Costituzione, perché grava su tutti i cittadini Italiani come una scimitarra il rispetto per le istituzioni.  E passi se questo poi però confligga con il rispetto della maggioranza parlamentare, che confligge a sua volta con il rispetto della minoranza parlamentare.
Poi si arriva alle minoranze umane in generale, al rispetto per il lavoratori, ma anche il rispetto per i datori di lavoro, e –last but not least- il rispetto per il lavoro stesso.
Esiste poi il rispetto per i possessori di animali, che contrasta però con un altro rispetto, quello per i clienti dei locali che gradirebbero di mangiare affianco ad un pastore tedesco scodinzolante…o ringhiante?
E i mangiatori di carne rispettano i vegetariani? (e sono poi rispettati dagli stessi amanti delle insalatine?). Essi parlano del rispetto della natura, rispettano i panda, il gabbiano corso, la tigre albina e poi? Le zanzare, che tormentano le nostre notti con le loro vuvuzelas in miniatura, come sono considerate? Un moscerino che ha ben sedicimila geni, mi pare debba pretendere questo rispetto. Altrimenti avremo un razzismo di specie, una mancanza di rispetto biologica.
C’è il rispetto per gli extracomunitari. Ma poi c’è il sempre più grave problema dei quartieri dormitori e dei campi-rom.
C’è il rispetto per i writer che impreziosiscono i muri grigi delle periferie urbane e anche il rispetto per i muri bianchi, e di chi persa che quei disegni siano scarabocchi.
Non puoi più dire neppure a una ragazza che dal punto di vista estetico è eccezionale perché così facendo stai mancando di rispetto alle racchie. In questo gli islamici sono molto avanti: hanno inventato il burqa! (sotto la palandrana può nascondersi una modella-svedese-bionda-alta-occhi-verdi oppure la versione antropizzata di un comò e nessuno se ne accorgerebbe!)
E per quanto riguarda l’infibulazione possiamo parlare di rispetto delle religioni? O di rispetto dei popoli e delle tradizioni popolari?
Non si finisce più.
Il rispetto per l’infanzia. Benissimo…. Ma da quale momento? Fin da quando è ancora un embrione?
Il rispetto per gli anziani? Fantastico! Purché se ne stiano in una casa di riposo.
Il rispetto per i malati? Ineccepibile! ...anche per quelli che vogliamo sopprimere con l’eutanasia?
Il mondo è infestato dal rispetto! 
Anche il rispetto per i caduti. Ma dipende dalla parte in cui sei caduto! E ogni 25 aprile lo scopriamo!
Quando stai per morire raggiunto da una schippettata, fermati a pensare, e decidi di cadere solo dalla parte “politically correct”.


Perfino il conte Giacomo Leopardi scriveva che «se uno conoscesse i propri lettori uno a uno non scriverebbe più», ma lo scriveva nello Zibaldone, sapendo che sarebbe uscito postumo. 
Quindi anche Leopardi provava rispetto… per i suoi lettori.

giovedì 7 maggio 2015

Un graffito tra le nuvole


Da poco discutevo su facebook con una cara amica sulla street art e i writers.Mi è venuto in mente un articolo che scrissi in occasione di una tragedia che coinvolse un giovanissimo writers milanese. Ora ho deciso di pubblicarlo in questo mio blog.

Stamattina, come ogni mattina, ho spalancato le finestre. 
Il cielo era di un azzurro accecante inframmezzato –artisticamente- qua e là da alcuni stratocumuli, come se un bimbo dispettoso si fosse divertito a spargere per il cieloi batuffoli di cotone trovati nella stanza del bagno.
Il tutto era molto coreografico!
Erano nuvole strane. Assomigliavano ai disegni “cicciottelli” dei graffiti! 
I benpensanti li detestano, sono l’incubo degli amministratori dei condomini, le giunte comunali elaborano strategie per debellarli quasi fossero topi o scarafaggi. 
Sono chiamati in tanti modi diversi: “writers”, graffitari, imbrattamuri! 
Per me sono degli artisti. E so di attirarmi gli stessi strali dei benpensanti…. 
Mi conforta Louis Aragon che nel suo “Traitè du style” affermava che “la funzione del genio è quella di fornire idee ai cretini… 50anni dopo”. 
Non ci deve stupire quindi che la stragrande maggioranza non vede in questi scarabocchi spigolosi una forma d’arte: è normale! Ben pochi artisti sono stati “capiti” in vita! 

Purtroppo è un dato di fatto: c’è sempre qualche critico che aspetta qualche lustro (di solito quando l’artista passa a miglior vita!) prima di poter dire tronfiamente: “è stato un grande artista!”. Ma è un mistero il perché, quello stesso critico, quando l’artista era ancora in vita, spesso e volentieri l’ha bistrattato e umiliato... 

Ricordo quando qualche anno fa, in un freddo tunnel della linea “B” della Metropolitana Milanese, un neòfita di questa nuova arte, perse tragicamente la vita. Ricordo anche il nome: Marco. 
Forse sarebbe stato un bravissimo wall-painter, forse avrebbe potuto raggiungere la fama di Jean-Michel Basquiat o di Keith Haring, invece ha terminato la sua breve esistenza a 15anni, in un tunnel della metropolitana, perdendo l’equilibrio e cadendo su un binario dell’alta tensione. 

I loro occhi d’artisti, liberi dalla coltre della piaggeria e demagogia che inonda di grigiore la nostra vita, vedono i muri delle città come immense tele bianche. 
Grigi muri di periferia senza storia, vagoni anonimi, che non hanno niente da raccontare. Esprimono la loro inquietudine con spruzzi di colore. 
Nessuno li vede. 
Vedono solo i loro disegni: si muovono come foglie per le vie delle città, lasciando un segno per “gridare” che loro esistono! 
Arte strana questa: comincia e finisce tra i 15 e i 20 anni, comincia alle scuole medie, e finisce entro il liceo! 
Non sono etichettabili politicamente, anzi loro sono apolitici! 

Si comincia con la propria “tag” ovvero la propria firma (spesso un incomprensibile scarabocchio!) ovvero un vero e proprio “copyright”. 
Per noi sono scritte insensate che deturpano il grigiore dei palazzi, imbrattano le vie cittadine, per loro sono “un codice a barre”. 
Il loro segno di riconoscimento! 

I “writers” nascono negli anni ’80 in USA come forma di protesta, nei quartieri popolari delle grandi metropoli. 
I ragazzi (spesso di colore o ispanici) “affrescavano” le facciate deprimenti dei loro palazzi. 
Dietro questo fenomeno troviamo gente del calibro di Keith Haring e Jean Michel Basquiat. 
A molti questi nomi non diranno niente, ma adesso le più importanti gallerie di New York e del mondo si contendono a colpi di migliaia di dollari qualche loro disegno! 
Tanto per intenderci: Haring è quello che ha inventato quei disegnini che la Renault ha usato per il lancio della Megàne qualche stagione fa (un bambino che pasticciava fuori dal foglio!); Basquiat è stato il più grande amico e compagno di Andy Warhol …quest’ultimo almeno lo conoscerà qualcuno… 

L’artista è sempre stato una persona particolarmente sensibile e, in quanto tale, sente prima degli altri, e in maniera più forte, l’inquietudine e il malessere dell’umano vivere. Ogni artista esprime questa sua sensibilità a suo modo. 
Pensate a qualche artista: nella letteratura, nella pittura, nella scultura, ha sempre espresso un malessere. 
Pensiamo ai “poeti maledetti”: Verlaine, Baudelaire, Rimbaud. 
Pensiamo a Toulose-Lautrec, VanGogh e perfino Caravaggio per i suoi tempi aveva la fama di “persona strana”. 



Quella dei wall writers, pertanto è una forma d’arte! 
Esprimono le proprie idee attirando l’attenzione (degli altri writers) con un loro disegno ovvero “spaccando” per usare un termine del loro “slang”. 
Se quel disegno verrà apprezzato, si “passa l’esame”, si entra nella “crew” (ovvero squadra, equipaggio). 
In caso contrario accanto al proprio disegno verrà appioppato il drastico e insindacabile giudizio “toy” (giocattolo!!), ovvero non degno di “passare l’esame” alla categoria superiore! 

D’accordo, non vogliamo elevarla a “forma d’arte”?  Va bene, ma per lo meno contribuisce inequivocabilmente a smussare e correggere il grigiore delle periferie urbane. 
O forse qualcuno preferisce le anonime facciate grigie (in tutti i sensi) dei quartieri periferici dell’hinterland delle grandi città?? 
Personalmente davanti ad un muro grigio e anonimo preferisco un muro con “quegli scarabocchi incomprensibili” colorati, solari, allegri e gioiosi. 

Per me, le amministrazioni dovrebbero invitare anziché perseguire tali artisti per contribuire ad abbellire e rendere più solare alcune vie tristi delle città. 
Non è follia pura: hanno delle regole, un loro “codice di autoregolamentazione”: ad esempio non si disegna su un altro disegno (“to cross”), non si scrive sulle chiese o monumenti o portoni antichi. (…purtroppo ci sono anche le eccezioni!!), ma, avete mai visto un monumento coi graffiti? 
O qualche opera d’arte? Io no! 
Quante volte, invece, ho visto facciate di chiese, monumenti e opere d’arte deturpate da scritte di natura politica e/o sportiva… (forza Juve, Luca ama Sandra, Hasta la victoria!).

Quelli sì, che andrebbero perseguiti, bloccati, quelli sì che possono essere chiamati vàndali! imbrattamuri! 
…senza contare molti sovrintendenti alla salvaguardia dei beni architettonici e artistici che hanno rovinato molte piazze italiane…ma questo merita un altro articolo! 

Mi viene alla mente un verso di un grande poeta: Fabrizio dèAndrè: “…e come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno come le rose!”. 
E Marco Z., a quindici anni, come una rosa ha perso tragicamente la vita, per la sua grande passione per i graffiti!
Ho ancora alzato il mio sguardo al cielo, quelle nuvole sembrano disegnate da un writers. Mi piace pensare che siano state disegnate da Marco o da qualche altro writer! 

Mi piace pensare che quei pochi disegni che ha sparso per i muri di Milano, renderanno qualcuno meno grigio e più solare, e per questo tutti dovremmo ringraziare Marco Z. 
Mi piace pensare che, in mezzo alle nuvole, continuino a dilettarsi esprimendo la sua arte con una nuvole strana, tondeggiante o spigolosa! 
Continuo a guardare bene il cielo… sono sicuro di trovare da qualche parte la “tag” di Marco.

domenica 26 aprile 2015

Quanto tempo occorre per ri-stabilire una verità?

Gli ambientalisti ci ricordano spesso che per “smaltire” una gomma da masticare occorrono 5 anni, una lattina d’alluminio fino a 100 anni, per un contenitore di polistirolo addirittura non bastano 1000 anni.
E io aggiungo per ri-stabilire una verità non bastano 30 anni!
Infatti ancora oggi, 26 aprile 2015, a distanza di 29 anni esatti, si ricorda l’episodio di Chernobyl,  come un elemento per dimostrare la pericolosità dell’energia nucleare.
A nulla è servito in questi decenni il parere di uno fra i più grandi scienziati che il mondo della Scienza ci invidia: il prof. Antonino Zichichi.
Leggendo i suoi libri si può scoprire cosa successe –da un punto di vista tecnico– a Chernobyl.
Innanzitutto dobbiamo tornare rapidamente indietro con la memoria al 1986 quando ancora i muri dell’Europa dell’Est erano ancora belli saldi e forti.
Gli ingegneri della centrale nucleare Lenin di Chernobyl volevano realizzare un esperimento mai fatto prima per dimostrare, al mondo intero, la loro eccellente scienza: ovvero staccare tutti i dispositivi di sicurezza dei reattori.
Purtroppo quel 26 Aprile 1986, la situazione sfuggì loro di mano ed in piena notte, all’1:23’58”, il reattore “4” della centrale nucleare saltò in aria facendo uscire una radioattività equivalente a dieci volte quella sprigionata ad Hiroshima e inquinando una superficie pari a cinque milioni di ettari.
Il prof. Antonino Zichichi ci spiega chiaramente che “un reattore nucleare è come un elefante. Funziona bene se lo si lascia andare alla sua velocità naturale. Il pericolo inizia quando lo si vuol far correre o andare troppo lentamente”.

Quindi di chi sarà la colpa? Dell’elefante o di chi lo ha istigato a correre?

Per gli ingegneri che verificarono subito lo stato dei fatti, il reattore era ancora intatto. Infatti esplose solo il recipiente di soccorso e fu questo dettaglio –unito alla totale cortina di silenzio sull'accaduto– che provocò il vero disastro.
Sul posto mandarono dei giovani laureandi che ricevettero un tale flusso di radiazioni da rimetterci poi la vita.
Purtroppo, questo fatto ha creato nell'opinione pubblica un’idea totalmente negativa del “nucleare” e l’8 novembre 1987, l’88% degli Italiani impressionato e senza esser stati informati di dettagli esatti, disse NO al referendum sulle centrali nucleari! (senza contare dell’assurdità di porre ad una popolazione di cultura media un quesito che richiede competenza tecnica  profondissima).
Questa scelta popolare ha tolto al nostro paese un primato tecnologico:
La sicurezza delle nostre centrali nucleari aveva raggiunto livelli tra i più alti. Non eravamo secondi a nessuno.
L’incidente del reattore “4” nella centrale Lenin di Chernobyl è costato all’Italia decine di migliaia di miliardi, per via degli investimenti sul “nucleare pacifico” che invece fu subito  smantellato.

Chernobyl insegna –questa è la seconda parte della lezione del prof. Zichichi nel suo libro “Scienza ed emergenze planetarie”– che esistono altri problemi di natura culturale: «l’opinione pubblica va stimolata, aiutata, capita e educata ad accettare le grandi innovazioni tecnologiche».
Basterebbe poi ricordare che le centrali nucleari francesi distano 1 ora di strada da confine italiano... e che noi dipendiamo –energeticamente parlando– da quelle centrali…
Potrei citare grandi nomi ma sentite cosa dice il dottor James F. Lovelock, famoso biologo e fra i “guru” più ascoltati del movimento ambientalista, nonché autore dell’«Ipotesi Gaia» secondo cui la Terra è considerato come un organismo vivente.
«Solo l’energia nucleare può salvare il mondo dal surriscaldamento- afferma il dott. Lovelock – evitare il ripetersi di estati torride, impedire lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia. Un ricorso intensivo dell’energia nucleare preverrà un futuro apocalittico nel quale il Polo Nord sarà ridotto a poco più di un gigantesco iceberg e la Foresta Amazzonica sarà sommersa dalle acque»
Senza contare che con l’energia nucleare si risolvono anche le emissioni di CO2, vero imputato della salute del Pianeta Terra.
Spero che presto l’Italia capisca che quei “demonizzatori” dell’energia nucleare, sono da ascrivere – di diritto – tra i peggiori nemici non soltanto dell’indipendenza energetica nazionale ma anche della nostra prosperità.