domenica 27 maggio 2012

una nuova scienza: la NEUROTEOLOGIA


Cosa unisce la spiritualità alla ragione?
Nel corso della storia migliaia di pensatori, filosofi, scienziati, teologi, sociologi ci son cimentati -con risultati spesso contradditori– con questa domanda.

Il prof. Andrew Newberg, 40 anni, radiologo, che insegna alla prestigiosa Pennstate University, in Pennsylvania (U.S.A.) ha elaborato una sua teoria biologica sulla religione, che, fornirebbe una base neurologica per la grande “fame di Dio” che sentono gli esseri umani.
Newberg, ha ideato una nuova scienza, la Neuroteologia, che unisce la spiritualità e la razionalità.

Per Newberg la "realtà superiore" descritta dai tanti mistici o religiosi (di qualunque religione!) potrebbe essere davvero reale e la possibilità di una simile realtà non contrasta affatto con la scienza.
La teoria di Newberg si fonda su ricerche compiute negli anni ’70 da Eugene D’Aquili, psichiatra e psicologo scomparso di recente.
Secondo la teoria di D'Aquili, «la funzione cerebrale può produrre tutta una gamma di esperienze religiose, dalle visioni estatiche dei santi al tranquillo senso di comunione col divino (molto simile all’atarassia) che il credente "prova" quando prega»
All’inizio degli anni ’90, il prof. D’Aquili cominciò appunto a una collaborazione con Newberg e iniziarono a sperimentare questa teoria.
Tentarono di “analizzare” e visionare ciò che accadeva nel cervello di alcuni monaci buddisti in meditazione e di alcune suore francescane riunite in preghiera contemplativa.

I due scienziati usarono un’avveniristica tecnologia chiamata SPECT, Single Photon Emission Computed Tomography, cioè una tecnica tomografica computerizzata a emissione di fotoni singoli, in cui l’acquisizione dei dati si effettua mediante rotazione delle testate di rivelazione della γcamera intorno al corpo del paziente.
Ad ogni diversa angolazione, veniva acquisita una proiezione e l’insieme di tali proiezioni consentiva poi di ottenere delle informazioni tridimensionali più realistiche.
Con questa tecnica hanno potuto fotografare il flusso sanguigno nel cervello di ciascun soggetto, indice dei livelli di attività neurale, nel momento in cui questi aveva raggiunto il culmine dell’intensità spirituale.
L’attenzione degli scienziati, è stata attratta da una parte ben definita del cervello (lobo parietale sinistro) deputata all’orientamento, che ha il compito di tracciare la linea di separazione tra l’
«io fisico» e il resto del mondo, che richiede un flusso costante di informazioni neurali da parte dei sensi.

Le scansioni rivelarono, che, nei momenti di massima concentrazione nella preghiera o nella meditazione, questo flusso di informazioni si riduceva in maniera davvero significativa.
Gli scienziati notarono che, quando quell’area di orientamento veniva privata delle informazioni necessarie per tracciare una linea di demarcazione tra l’«io fisico» e il resto del mondo, il soggetto provava un illimitato senso di consapevolezza.
D’Aquili e Newberg avevano ottenuto quindi delle “istantanee”del cervello, in una condizione molto prossima alla trascendenza mistica, quella condizione descritta da tutte le grandi religioni come “unione mistica con Dio".
Queste esperienze, rarissime, richiedono un oscuramento, quasi totale dell’area di capacità di orientamento.
D’Aquili e Newberg, dedussero che, anche a livelli inferiori di “oscuramento”, si sarebbero potute produrre nel cervello, alcune esperienze spirituali, sebbene più ordinarie, come quando i credenti “si annullano nella preghiera o provano un senso di unione mistica durante un servizio religioso”.

La loro ricerca cercava di dimostrare che tutte queste sensazioni sono radicate non tanto nell’emozione o nel pio “desiderio”, bensì nel sistema di impulsi cerebrali geneticamente predisposto.
«Ecco perché la religione prospera in un'età della ragione come la nostra» concludeva quindi il prof. Newberg.
«È banale ragionare che Dio non esiste –aggiungeva D’Aquili– semplicemente perché i “sentimenti religiosi nascono più dall’esperienza che dal pensiero”».
Newberg si fa inoltre una domanda apparentemente Marzulliana: «ma allora, Dio è soltanto una “percezione sensoriale” generata dal cervello, oppure il cervello è stato “predisposto” per fare l’esperienza della realtà di Dio»?
Newberg conclude che “la risposta migliore e la più razionale è sì”.

Il mistico medievale cristiano Meister Eckart osservava che Dio “è l’essere al di là dell’essere. È un nulla oltre l’essere”.
Bede Griffiths, un monaco benedettino contemporaneo racconta che una sera, quando era ragazzo, fu
improvvisamente rapito dalla bellezza del canto di uno stormo di uccelli.

Quel canto risvegliò in lui sensi che non aveva mai usato prima. E subito il mondo gli sembrò trasformato, come se si fosse trovato “in presenza di un mistero quasi insondabile che sembrava attirarmi verso di sé”
Niente cespugli ardenti, niente carri di fuoco.
Solo un risveglio lieve e gentile, un’“epifania” dolce di fronte alla quale molti potrebbero semplicemente scrollare le spalle.
Ma che cambiò la vita di Griffiths per sempre.
Newberg raccolse tantissime rivelazioni simili: persone colpite all’improvviso da un senso del meraviglioso mentre leggevano una poesia, o mentre riflettevano sull’universo o pregavano.
“L’esperienza mistica, non era solo una magica ascensione verso qualche lontano paradiso letteralmente inteso, ma una tranquilla e personale manifestazione che rivelava come il miracoloso e il prosaico fossero la stessa cosa”.

Per i mistici, solo quando l’io si annulla durante la meditazione, è possibile vedere la realtà come veramente è.
Ed effettivamente le scansioni di Newberg indicano che il cervello potrebbe conoscere due realtà.
In una, la consapevolezza raggiunge la mente attraverso il filtro dell’«io».
Nell’altra, l’«io» viene invece messo da parte, e la consapevolezza diventa più ampia e unificata.
E non siamo in grado di affermare quale delle due sensazioni sia più reale.
«I mistici tendono a sperimentare questo stato di trascendenza come se fosse ancora più reale della realtà ordinaria».

Albert Einstein (non proprio un mistico!) disse: “L’esperienza più bella che possiamo fare è quella del mistero. È l’emozione fondamentale alla base della vera scienza. Colui che sa, ma non è più capace di provare meraviglia, non riuscirà più a stupirsi, ed è già morto."
Come Einstein anche scienziati e grandi pensatori del calibro di Niels Bohr, Max Planck e Werner Heisenberg arrivarono a ragionamenti simili.
Il mistero è tutt’intorno a noi, dobbiamo soltanto essere attenti.
“La mia salvezza è nell’udire e nel rispondere” scrisse il monaco trappista Thomas Merton “per questo la mia vita deve trascorrere in silenzio. Il mio silenzio è la mia salvezza”.
Lo scrittore Vince Rause, concluse così un’intervista al prof. Newberg: “Ho deciso che da ora in poi sarà questo il mio progetto pilota: non preoccuparmi più di essere informato su ciò che accade, sia interessante o razionale, ma soltanto stare zitto e ascoltare per un po’”.

martedì 1 maggio 2012

1° MAGGIO: FESTA DEI LAVORATORI! (cioè una minoranza!)

In principio fu l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che puntò il dito contro i “bamboccioni”, ovvero coloro che -superati i trent’anni– non se ne vogliono andare di casa. «Mandiamo i “bamboccioni” fuori di casa!!!», sintetizzò TPS con molta poca ironia ed estrema brutalità.
Poi arrivò Renato Brunetta, che lanciò l’idea di una legge per obbligare i ragazzi ad andar via di casa dopo 18anni.
Poi ecco Michel Martone, viceministro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali secondo il quale laurearsi dopo 28 anni è “da sfigati”!
Ma la fantasia dei nostri governanti è sempre fervida.
Il ministro “piangente” del Lavoro, Elsa Fornero, intervenendo a un convegno all’Abi pochi giorni fa ha avuto la brillante idea di definire l’Italia “il Paese dei bamboccioni” perchè vorrebbero portare l’apprendistato fino a 30 anni.
Beh non è neppure stata originale!
Poi non doma della sua funambolica battuta ha aggiunto “vogliamo far crescere questi ragazzi e dirgli che a 29 anni sono maturi per un contratto a tempo indeterminato?”.
Forse la Ministra Fornero, non sa che -io per primo–  e gli Italiani saremmo ben lieti di accettare "un contratto a tempo indeterminato a 29anni"... se ce l’avessimo!!
Purtroppo a 30 (...o anche a 40 e oltre!) ci ritroviamo a star dietro alle collaborazioni esterne aleatorie perchè le aziende cercano solo "NEOLAUREATO, 110e lode, max 27ANNI, 4 ANNI ESPERIENZA".
Il prof. Martone forse mi conosce.
Aveva proprio presente me: il prototipo di studente sfigato. Pur non lavorando mi son laureato dopo i 30anni!!!
Supersfigatissimo quindi!
E nella mia lunghissima carriera di studente tra le aule universitarie ho avuto modo di avere un osservatorio priviligiato.
Posso dire che di aver notato infinite “fronti inutilmente spaziose” come le definiva il grande Enzo Biagi.
Ho visto tantissimi “30e lode” con la stessa consistenza di un soufflé riuscito male…
Idem per tantissimi 110/110 cum laude. A distanza di tempo mi son preso delle rivincite personali avendo avuto modo di constatare la cultura settoriale e superficiale di molti di questi 110!
Nonostante questo la stragrande maggioranza delle inserzioni di lavoro richiedono gli studenti “modello” martoniani: “neolaureato, con voto superiore a 100/110, max 28anni, 4anni d’esperienza”!


Spessissimo nei convegni sul mondo del lavoro si sente affermare una frase da dietro la scrivania del relatore famoso, esperto in recruiting e manager del lavoro: “se il lavoro non c’è, ve lo dovete creare!”
Allora scatta la depressione (come se un disoccupato non fosse già in crisi a prescindere!)
Io personalmente, forte di una laurea e un master in comunicazione creativa,  ci ho pensato un po’ su, e ho avuto un’illuminazione!
“Comunicare” ecco il verbo che – innegabilmente – è essenziale in questo nuovo secolo.
Partendo dalla piccola azienda locale fino alla grande società con rapporti internazionali di import-export, non ci si può più sottrarre a questa esigenza: comunicare coi propri clienti in maniera diretta.
Neppure in quei settori istituzionali molto burocratizzati come le banche, gli uffici pubblici e la Pubblica Amministrazione.
Non per nulla, l’organigramma di un Comune o una Provincia, è molto simile – dal punto di vista numerico – di quello di una media azienda. E se un’azienda vende prodotti, la P.A. offre servizi.
In questo mondo, fortemente mass-mediale, anche per una Pubblica Amministrazione, occorre saper arrivare e comunicare in maniera più diretta e accattivante col proprio target, che in questo caso, sono i propri cittadini.
C'è chi ama il “fai-da-te” elaborando strategie improvvisate, ma è solo un inutile dispendio di energie e denaro. Ma, se comunicare è facile (è la prima cosa che un bimbo impara), comunicare bene è un'arte!
Oscar Wilde in uno dei suoi aforismi scrisse: «una verità detta male è peggio di una calunnia». 
Una “buona comunicazione” permette di “far parlare bene” di un prodotto. Ma l’alternativa non è solo il “non far parlare bene” della propria azienda, bensì il ben più deleterio “non parlarne affatto” ...
Ecco allora l’esigenza di mettere a disposizione delle P.A. una struttura agile, dinamica ed efficace in grado di inquadrare gli obbiettivi con una strategia mirata a raggiungerli con competenza tecnica, esperienza, strumenti tecnici e... tanta, tanta, tanta creatività.
Prendiamo ad esempio le banche: fino a vent’anni fa erano freddi uffici, con tanti “monsieur Travet” in grisaglia dietro un vetro. Zero comunicazione. Zero spot. Solo informazioni …sulla somma da pagare.
Da qualche anno si è sentita l’esigenza di rompere il clichè, abbattere il vetro e poter comunicare e raggiungere nuovi clienti adottando tecniche, prima impensabili come i media.
Ecco che anche le banche si son rivolte alle agenzie creative per elaborare spots in tv o intere pagine sui quotidiani, con quella stessa fantasia e creatività usata per vendere capi d’abbigliamento, auto, o cibi.
Quella frase “se il lavoro non c’è, ve lo dovete creare!” mi ha fatto accendere una lampadina: trasformare il classico “ufficio stampa” delle P. A. (che elabora freddi, grigi, asciutti e iperburocratizzati “comunicati-stampa” da inviare agli organi locale) in vere e proprie “inner agency”, agenzie creative interne alle istituzioni, formate da un piccolo staff di esperti creativi, grafici (con una spolveratina di marketing) per comunicare in maniera efficace, diretta e anche un po’ creativa con i cittadini proprio come fa una grande azienda con i consumatori, mettendo a disposizione delle P. A. una struttura agile, dinamica ed efficace in grado di inquadrare gli obbiettivi con una strategia mirata a raggiungerli con competenza tecnica, esperienza, strumenti tecnici e... tanta, tanta, tanta creatività.
Quindi, io ho seguito alla lettera il consiglio di “crearmi un lavoro” se non c’è, ma a distanza di 51 anno nessun responabile delle P.A. (Comuni o Province) hanno saputo intravedere questa importante innovazione.
A che serve allora l’intraprendenza di “crearsi-un-posto-di-lavoro-se-non-c’è” se poi gli uffici vogliono continuare a crogiolarsi e respirare l’aria asfittica e burocratica delle scartoffie?
Pertanto forse è il caso di passare ad una fase successiva: inculcare ai dirigenti delle P.A. una dose minima indispensabile di sapersi aprire alle novità creative!
D’altronde, già nel 1928, Louis Aragon, nel suo “Trattato dello stile”, disse
“Come si sa, funzione propria del genio è fornire idee ai cretini vent’anni dopo”.

Ed ora vi faccio un nome: Bill Bernbach! Per i più un autentico “Carneade” manzoniano. Ma, togliendo lui si sgretolerebbe oltre metà dell’advertising pubblicitario del secolo appena trascorso.
La sua attività dal punto di vista della comunicazione pubblicitaria è paragonabile a quella di Galileo Galilei nell’astronomia: dopo di lui nulla può esser stato come prima.
Nel 1949, fondò la DDB - Doyle Dane Bernbach con le idee ben chiare: «Proviamo al mondo che il buon gusto, la buona arte, la buona scrittura possono creare una buona vendita!”




Per entrare alla DDB, aveva fissato due sole ma essenziali condizioni:
  1. avere talento;
  2. essere una persona perbene.

In mancanza di una delle due, la sua risposta era cortese ma negativa!!
Purtroppo Bernbach è morto. E non ha lasciato eredi.
Allora a questo punto, mi deprimo ancora di più e mi chiedo mestamente: «dove sono finiti ai nostri giorni gli imprenditori intelligenti e lungimiranti come William Bernbach che per assumere personale nella propria azienda non richiedeva un “neolaureato, con voto superiore a 100/110, max 28anni, 4anni d’esperienza” ma puntava su una brava persona con talento, passione, interesse per ciò che deve fare?
Dove son finiti i Bill Bernbach che dava più importanza a quello che potrai fare con il tuo talento e non a quello che hai già fatto?»
BUONA FESTA DEL LAVORO AI LAVORATORI...



IO ASPETTERÒ IL 15 AGOSTO:
FESTA DELL’…ASSUNZIONE!!!

lunedì 23 aprile 2012

L’ ANELLO PREZIOSO E LO STUDENTE ANGOSCIATO

Questo piccolo aneddoto l’ho scoperto per puro caso su una pagina facebook "se staremo zitti noi, grideranno le pietre". (clikkate per vedere questo sito)
È ricco di questi aneddoti uno più bello dell’altro!
Questo mi è piaciuto e mi ha commosso più degli altri e ve lo voglio proporre in questo blog!

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Un giorno uno studente andò dal suo professore per esprimere il suo stato angosciato e triste:

«Mi sento una nullità, non ho la forza di reagire. Tutti mi dicono che sono un buono a nulla, che non faccio niente di bene, che sono un perfetto idiota. Come posso migliorare? La prego mi aiuti! Che cosa posso fare perché mi stìmino un po’ di più?»
Il professore non gli presto tanta attenzione e, mentre compilava un registro, senza neppure alzare lo sguardo, gli rispose: «Mi spiace, caro ragazzo, ma ora non posso aiutarti! Devo prima risolvere un mio problema ben più importante e grave del tuo che mi perseguita da tempo. Poi, se avrò tempo, forse, potrò anche pensare al tuo problema!»
Si fermò, fece una pausa e sollevò lo sguardo e disse: «Se tu mi aiuti, forse posso risolvere il mio problema più rapidamente e quindi potrò aiutarti a risolvere il tuo...»
«Ma certo, professore!» balbettò il giovane, e ancora una volta si sentì mortificato di non essere capace di soddisfare ciò che gli stava per esser chiesto, sebbene ancora non sapesse di che si trattava!
Il professore si sfilò un anello dal mignolo e lo diede al ragazzo: «Va’, corri al mercato. Devi vendere questo anello perché devo saldare un debito. Occorre ricavarne il più possibile. Ma non accettare meno di una moneta d’oro. Va e torna con la moneta al più presto!»
Il giovane prese l’anello e partì.
Appena giunto al mercato cominciò ad offrire l’anello ai mercanti. Essi lo guardavano con grande interesse, ma quando il giovane diceva quanto chiedeva per l’anello, scoppiavano in una risata grassa e denigratoria.
Quando il giovane menzionava la moneta d’oro, altri se ne andavano –sprezzantemente- senza nepure guardarlo.
Però incontrò un vecchietto che fu più gentile da spiegargli che una moneta d’oro era davvero troppo per quell’anello.
Altri tentavano di venire incontro al giovane, arrivando ad offrirgli una moneta d’argento e una coppa di rame, ma il giovane doveva attenersi alle istruzioni del professore di non accettare meno di una moneta d’oro e rifiutava quindi ogni altra offerta.
Abbattuto dal fallimento di quella sua missione, il ragazzo si rendeva conto di essere davvero un fallito, e ovviamente, l’eventuale aiuto promesso dal professore, era in fortissimo pericolo.
Salì a cavallo e tornò indietro.
Si disperava e rimpiangeva di non esser riuscito ad avere una moneta d’oro. Avrebbe voluto possedere una moneta d’oro per poter comprare egli stesso l’anello in modo da liberare dalle preoccupazioni il suo professore e poter così ricevere i suoi consigli. Ma non l’aveva!

Giunto in casa del professore disse: «Mi spiace tanto, mi spiace davvero, ma è stato davvero impossibile ottenere quello che mi ha chiesto. Forse potrei ottenere due o tre monete d’argento!! Tutti mi dicono che il suo valore è di molto inferiore e molti mi hanno riso dietro… ma, se mi permette professore, io credo che non si dovrebbe ingannare nessuno sul valore dell’anello, non le pare?»
«È molto importante ciò che dici, giovanotto!!» rispose sorridendo il professore.
«Quindi è bene sapere il valore esatto dell’anello prima di venderlo. Esci, vai dal gioielliere. Chiedigli il vero valore dell’anello e a quanto lo si può vendere.
Ma non venderlo. Chiedi solo quanto è il suo valore. E poi riportalo qui».
Il giovane andò dal gioielliere e gli chiese di valutare l’anello.
Il gioielliere esaminò attentamente l’anello con una lente, lo pesò e poi disse: «Di’ al tuo professore che questo è un anello antico davvero prezioso. È un peccato che abbia urgenza di venderlo! In un altro momento forse sarei potuto arrivare ad offrire fino a 70 monete d’oro, ma se vuole venderlo subito non posso dargli più di 58 monete d’oro!!»
«C I N Q U A N T O T T O MONETE D’ORO?» sillabò il giovane!
«Sì!» rispose il gioielliere, «se ha urgenza di vendere non una di più!!»
Il giovane corse emozionato a casa del professore per raccontare tutto quello che era successo.
«Siediti» disse il professore e dopo aver ascoltato tutto il racconto, parlò con calma: «Vedi, tu sei proprio come questo anello, un gioiello prezioso, raro e unico che può essere valutato soltanto da un gioielliere esperto. La gente è spesso superficiale nei giudizi!
Pensavi forse che chiunque fosse in grado di scoprire il vero valore di un anello prezioso?»
Così dicendo, si rimise l’anello al dito.
«Tutti noi siamo come quel gioiello.
Preziosi, rari e unici, giriamo per tutti i mercati della vita, affidandoci al giudizio di  persone inesperte. Ma solo uno specialista sa il vero valore di una cosa!
Il grande “gioielliere” che conosce il tuo vero valore è solo Nostro Signore!!
Lui ci ha comprati a prezzo del suo sangue ed Egli ci ama come la pupilla dell’occhio Suo e da parte nostra, abbiamo solo il dovere di non buttare al vento la nostra vita, affidandoci a valutazioni di persone inesperte!!»

domenica 22 aprile 2012

QUANDO UN'OMELIA SIGNIFICA PARLARE CHIARO!

Molto spesso ci capita di ascoltare omelie un po’ troppo lunghe o forse banali o forse superficiali.
Altre volte i sacerdoti scambiano l’ambone per una tribuna di un comizio dove arringare i fedeli.
Poi capita anche di sentire omelie come questa che ti inchiodano al banco ad ascoltare e seminano nel nostro cuore delle parole che … ci scuotono andando al nocciolo della questione senza girarci attorno.


«Io che per voi sono sacerdote, ma con voi sono cristiano, qualche volta mi scandalizzo. Poche volte… e non sono le debolezze umane a scandalizzarmi, piuttosto l'arroganza ridicola e assurda di chi pretende di essere qualcuno o qualcuno importante.
Questo mi scandalizza.
Di chi pretende di sapere più di coloro che sanno davvero e questo è il segno della più patetica di tutte le ignoranze.
E questo mi scandalizza.
Dirsi cristiano o cristiana e poi infischiarsene olimpicamente di quanto la Chiesa, nella voce dei legittimi pastori professa, difende e insegna.
Questo mi scandalizza.
Parla duro, oggi, il Signore nel Vangelo e, scusatemi, per oggi parlerà duro anche questo Suo sacerdote.
Mi scandalizza l'atteggiamento, balordo e maleducato, di chi, dicendosi cristiano o cristiana , non sa trattare con un minimo di rispetto e considerazione il Papa, i Vescovii ministri di Dio.
Mi scandalizza l'incoerenza brutale di troppi cattolici che nella vita pubblica e nel modo di trattare gli altri disdicono con patetica sfrontatezza tutto quanto poi vengono a "professare" tra virgolette, in chiesa.
Mi scandalizza la madornale stupidità di chi usa internet per rinnegare la propria appartenenza alla Chiesa, affrettandosi ad appoggiare il primo scemo che abbia qualcosa da dire contro la Chiesa.
"Il Papa venda il suo anello per sfamare gli affamati del Congo".
Andiamo a mettere in vendita all'asta, "la Pietà", così sfamiamo la gente di chissà dove… e andando non solo a sottoscrivere, ma anche a condividere pornografia, bestemmie e scelleratezze ed esserne fiero. Questo mi scandalizza.
Così facendo non sono né freddi né caldi, né cristiani né atei… sono tiepidi.
Ebbene, col Libro dell'Apocalisse io vi ricordo che "i tiepidi saranno vomitati dalla bocca di Dio."
E dico tutto questo non nascosto dietro la sicurezza vigliacca di un computer, nel soggiorno della propria casa, ma dalla cattedra più sacra che ci sia in questo Paese, dalla cattedra della Parola di Dio.
Mi scandalizza che ben lungi dal prendere decisioni coraggiose, anche radicali -il Signore parla oggi di tagliare una mano, un occhio, un piede- per il bene della propria salvezza eterna, preferisce tagliare e ritagliare il tempo della preghiera, della Messa, della catechesi, dell'adorazione, della confessione e di tutto quanto mantiene effettivamente viva la propria fede.
Il resto non si tocca.
Ma in quanto alla fede ci riferisce, accomodatevi, siamo alla svendita totale.
Mi scandalizzano i genitori che, anziché farsi aiutare dagli altri educatori, anche quelli dell'ambito della fede, tagliano ogni eventuale correzione o richiamo, generando così piccoli bulli e teppisti, totalmente impreparati per la vita e destinati con ogni probabilità al più strepitoso fallimento in tutti i campi della vita.
Altro che genitori… Complici!
I primi e inescusabili responsabili della vita sciupata dei figli, che pensano che il parroco debba essere un simpaticone disposto a fare tutti gli sconti immaginabili se vuole che il figlio o la figlia vengano alla catechesi.
Ebbene, capitelo bene, una volta per tutte, il parroco non è qua per accontentare tutti, ma per insegnarvi l'ardua e impegnativa via della salvezza.
Di tagli parla oggi il Signore.
Bene! Io ve ne suggerisco la versione aggiornata.
Si tagli la lingua chi la usa per diffamare, per spettegolare, per calunniare, per uccidere. Tagli la linea telefonica chi la usa per distruggere l'unità delle famiglie, delle comunità, delle persone.
Tagli la connessione di internet chi la usa per rimanere "appoltronato" nella mediocrità di un mondo virtuale nel quale di impegno o apporto positivo non c'é proprio nulla, tranne che un patetico cyber-fannullare che fa perdere in modo penoso il senso della realtà, nonché dare una patetica visione dei propri squallidi interessi.
Dia un taglio alla superficialità, alla banalità, alla vanità, alla superbia petulante chi vive chiuso nel proprio egocentrismo, incapace di scoprire quanta silenziosa sofferenza si aggira nel nostro mondo, nel nostro tempo.
L'ultima frase del Vangelo odierno parla dell'Inferno, del quale io vi parlo sempre molto poco perché preferisco orientarvi in positivo, ed è una scelta che mantengo, evidentemente, ma più di una pecora insolente farà bene a ricordare oggi e ogni tanto, la drammatica possibilità che incombe sulla vita di ognuno di noi.
Lo stesso Signore che insegna oggi che chi non è contro di noi, è per noi, è quello che dice, senza contraddirsi, che chi non è per Lui, è contro di Lui.
E che chi non raccoglie con lui, disperde.
Quel Signore che esige decisioni chiare ed effettive, non solo affettive, non solo chi dice "Signore, Signore" entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi compie veramente la volontà del Padre.
Quel Signore che attende prese di posizione senza tentennamenti e senza ripensamenti. Nel professare adesso il Credo, io intendo rinnovare a Lui la mia fede assoluta e la mia disponibilità totale alla Sua volontà, fede che si deve dimostrare nell'obbedienza alla Sua Parola.
Obbedienza… non è una parolaccia.
Obbedienza alla Parola di Dio.
Chi non è disposto all'obbedienza della fede… sì, perché la fede implica un'obbedienza, non può essere cristiano.
Chi non è disposto all'obbedienza della fede, se ne torni a casa, perché viene in chiesa a perdere il tempo.
Chi è disposto, ma non solo adesso, bensì per tutta la vita, a mostrare al Signore la disponibilità della Madonna, degli angeli che rimasero fedeli, dei santi di tutti i tempi, professi allora ad alta voce, con me, il Credo, ma non solo con le labbra, ve ne prego… con il cuore, anzi, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, come ci insegna il primo comandamento.
Amen.»