mercoledì 18 ottobre 2017

DE AMICITIA (...altro che "friendzone")

L’amicizia e l’amore sono importantissimi per la vita umana. E su questo non ci piove.
Cos’è l’amore? 
Cos’è l’amicizia? 
Bella domanda.
Per il sociologo Francesco Alberoni «nessuna forma di amore ha tanto rispetto della libertà dell’altro come l’amicizia».
Per George Gordon Byron «Friendship is love without his wings» (l’amicizia è l’amore senza le sue ali).
Secondo una definizione comune, l’amore rispetto all’amicizia, implica anche l’attrazione fisica verso l’altro, passione, tenerezza, desiderio di unione completa con l’altra persona, però... io son sempre restio alle schematizzazioni troppo nette tagliate con il machete.

Secondo un’altra definizione, l’amore implica la diversità sessuale mentre l’amicizia è in genere tra persone dello stesso sesso.

Ecco un altro luogo comune. 
Chi lo dice che tra un uomo e una donna non ci possa essere amicizia?
È difficile, ma possibile.
Io per primo ho avuto le prove che spesso ciò sia quasi impossibile. Quasi. Posso vantare tantissime amiche.

L’amico è qualcuno con cui confidarsi, che non giudica e con cui non ci si vergogna delle proprie insicurezze. 
L’intesa in amicizia può arrivare alla perfezione: bastano alcuni gesti d’intesa per capirsi.

Pochi colgono che in un rapporto di amicizia, non essendoci segreti, si possa affrontare qualsiasi argomento.
Infatti, quando ci si trova in preda a questioni di cuore (spezzati!), spesso ci si confida con il proprio amico o amica. 
È molto più raro che accada il contrario. Ecco perché l’amicizia è più forte dell’amore.

La fedeltà inoltre è una prerogativa dell’amore, ma è una fedeltà esclusiva.
L’amicizia si basa più che altro sulla fiducia reciproca ed incondizionata, ma non esclusiva.
Io posso anche avere 4 o 5 amici, fedelissimi, e tale pluralità di amici non inficia il sentimento.
In amore, no. 
In amore la fedeltà deve essere in esclusiva. Non posso avere 2 o più compagne. Almeno... apertamente!
Ecco, forse il solo elemento comune tra l’amore e l’amore è la reciprocità.

Mi sono lasciato abbandonare a questo genere di elucubrazione leggendo l’ennesimo post ironico sul tema FRIENDZONE sui social network dove si tende a declassare l’amicizia o peggio ancora a ironizzare come se fosse una capitis deminutio rispetto all’amore.
Sulla rete ci si può sbizzarrire a trovare decaloghi del tipo “come evitare la friend zone”, “come capire se sei stato friendzonato”, “cosa fare una volta che sei stato friendzonato” come se si sia perso di vista cosa significhi essere amici.
Quando gli uomini usano il termine friendzone, stanno esplicitamente cercando di accusare le donne per aver ferito i loro sentimenti. Dire di essere stati friendzonati è una velata accusa alle donne per aver esercitato il proprio diritto di dire no.

Secondo me quelli che pubblicano sui social-networks, frasi o immagini sulle varie occasioni in cui sono ritrovati/e «friendzoned» non hanno mai provato che cosa sia davvero l’amicizia.

L’amicizia è un sentimento sublime, che in modo ossimorico può essere profondo ed etereo. 
Nulla a che vedere con l’amore che –per sua natura– è invece terreno e materiale.
L’amicizia è il dono più prezioso che io possa dare ad una persona.
L’amicizia quella vera è senza limiti come l’amore. Ma è anche senza fini e senza scopi.

«Ma io della tua amicizia non so che farmene» mi sono sentito dire una volta da una cara amica che sperava che il sentimento iniziando per «am–» terminasse in «–re» anziché in «–zia».

Ed ho avuto immediatamente la sensazione di un’amputazione bilaterale degli arti superiori.
Un po’ come se inviti una persona in un ristorante pluristellato con un menù a base di ostriche, caviale, champagne e ti sentissi dire «andiamo in pizzeria: io ho fame!».
Ecco, l’amicizia è un menù raffinato, l’amore è un piatto ipercalorico da consumare velocemente.
Entrambi sono utili per l’alimentazione, ma il primo è molto più delicato.

Aristotele (che di saggezza se ne intendeva!) ci lasciò detto che «due amici non sono altro che una sola anima divisa in due corpi»… altro che friendzone

venerdì 6 ottobre 2017

Questione di etichetta

Ci sono trattati di psicologia comportamentale che vorrebbero insegnarci le regole e le consuetudini per uniformarci alla società e – in caso di trasgressione – la sanzione è rappresentata dall'estromissione dalla stessa società.
Il dilemma amletico è, quindi, essere sé stessi o far parte della società?
E pazienza se il simbolo universale della mitezza, il Dalai Lama, una volta affermò che «dobbiamo imparare bene le regole in modo da saperle infrangerle nel modo giusto».
Gli esperti ci mettono sull'avviso – ad esempio – di non incrociare mai le braccia e le gambe durante un colloquio di lavoro perché, secondo le regole di comportamento indicherebbe un segno di volere tenere le distanze e di chiusura, ma ad esempio – personalmente – a me incrociare le gambe mi rilassa.
Io incrocio le gambe al cinema (infatti cerco sempre la fila di metà corridoio!). 
Idem quando seduto a casa davanti alla TV, o sono seduto al ristorante, in situazioni quindi in cui sono calmissimo e rilassato. 
Io ad una conferenza, nel momento di maggior attenzione, per accentuare l’ascolto, incrocio le braccia.
Non sarà che le regole – come dice il Dalai Lama – occorre saperle infrangere?
Sempre sul tema delle regole un grande genio dell’arte come Pablo Picasso, ha lasciato il consiglio di «imparare le regole come un professionista, in modo da poterle rompere come un artista».
Tutto ruota sulla necessità di apporre un’etichetta.
Tutto deve essere etichettato.

Ma l’etichetta è come strettissima catena che ci costringe a comportarsi come tanti cyborg preprogrammati seguendo un novello pifferaio di Hamelin.
È (forse) proprio per questo motivo che ho sempre avuto un’allergia per l’adesione a gruppi politici, ideologici, religiosi pur accogliendone i loro principi generali. Accettarli globalmente mi crea una sensazione di asfissia. 
Io sono io, non un numero di tessera.

La celebre massima, attribuita ad Ulpiano, “Pacta sunt servanda” (nota a chiunque abbia studiato giurisprudenza) ci insegna come non ci si possa liberare unilateralmente dagli obblighi assunti per contratto.
Poi però 
Charles-Maurice principe di Talleyrand-Périgord, ci lasciò un consiglio. «l'eccesso di zelo provoca effetti peggiori della non applicazione della norma». 
A chi dare ascolto, dunque?
Una regola è da applicare in modo ferreo o va interpretata e plasmata rendendola applicabile al caso in questione?

Un esempio: il divieto di portare bottigliette a bordo dell’aeromobile e al controllo di sicurezza ci obbligano a gettarle via. 
E non c’è spazio di trattativa (l'ottusità regna e impera!)
Il divieto è ca-te-go-ri-co.
Ho visto anche bimbi in passeggino che frignavano obbligati a separarsi dalla loro bottiglietta di succo di frutta.
Ottusità o elasticità?

Prendiamo ad esempio un farmaco, non agisce allo stesso modo in tutti. 
Perché non siamo tutti uguali. 
Non siamo un esercito di cyborg (come le convenzioni vorrebbero indurci a essere). 

Ecco dunque l’esigenza delle etichette, di invisibili “codici a barre” per arrivare alla massificazione, alla standardizzazione umana.
Un po’ come le mele, le pere, le carote o i cetrioli per i quali i nostri legislatori a Bruxelles stabiliscono anche il diametro e la lunghezza per essere appunto catalogati ed etichettati.
Non ci si rende conto della forza dell’individuo.

Ayn Rand, scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di origine russa, ci ha lasciato scritto che «La più piccola minoranza al mondo è l'individuo. Chiunque neghi i diritti dell'individuo non può sostenere di essere un difensore delle minoranze». 
E nessuno parla dell’importanza del singolo individuo.

Passiamo al mondo dell'arte. 
Che ne sarebbe del genio di Vincent van Gogh se prendessimo come regola aurea la tecnica di pittura di Caravaggio?
Che fine farebbero Picasso, Klimt o Mondrian, a loro modo veri geni dell’arte.
O che ne sarebbe delle poesie ermetiche di Ungaretti se accettassimo come parametro lo stile di Giacomo Leopardi o Dante?

«Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido” disse il genio del '900 per eccellenza, Albert Einstein…

giovedì 5 ottobre 2017

LIKE ERGO SUM

Tutti cercano affannosamente il plauso pubblico. E i social-networks ci hanno dato un potente ricostituente per il nostro ego. Il “like”. 
Post, foto, video, opinioni. L’obiettivo principale è solo quello di essere visto e apprezzato da tutti su un social. 
Like ergo sum. 
Non si pubblica un post per esprimere un parere su un fatto o una foto per il gusto di condividere un momento o un’esperienza della propria vita ma solo per ottenere i famosi “mi piace”. 
Guai dissentire! Se lo fai sei polemico e vieni scaraventato lontano (e attorno a te solo terra bruciata!)
Manca un confronto, serio, pacato ma schietto.
§§§
Leggo sul dizionario Treccani «confrónto s. m. [der. di confrontare]. – 1. L’atto, l’operazione, il fatto di confrontare, di essere confrontato: fare il c. di due oggetti; (…)». 
Si quindi presume che tale raffronto o paragone vada fatto tra cose differenti. E così anche per le opinioni. 
A che serve un confronto tra due posizioni identiche?
George Bernard Shaw disse «Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee».
§§§
da PensieriParole <https://www.pensieriparole.it/aforismi/saggezza/frse-10703>
Mi ritorna in mente una favolosa gag teatrale del grandissimo attore Ettore Petrolini che è giunta fino a noi anche grazie al recupero ad alcuni artisti, come ad esempio Gigi Proietti, che hanno riportato sulle scene il suo repertorio,  reinterpretando molti dei suoi testi. 
Sul palcoscenico Petrolini era un vulcano di battute, doppi sensi, sfottò, parole storpiate e freddure, spesso inventate al momento in un rapporto molto diretto, a tu per tu, col pubblico che affollava i teatri. 
Uno dei suoi personaggi era Nerone che sta a casa sua e il popolo lo attacca ferocemente perché ha incendiato Roma. 
Allora lui va alla finestra e fa un discorso molto affabulante per calmare gli animi. 
Il popolo gli grida “bravo!” e Nerone risponde "grazie!". 
Ed inizia così un geniale gioco vicendevole di  botta e risposta, di “bravooo-grazieeeee” che si ripete più volte creando un effetto comico esilarante.
§§§
E che altro è il “like” se non un’edizione (molto meno geniale!) di questo dialogo?
Pubblicano solo foto con lo sguardo giusto e restano delusi se non raggiungono il numero sperato di “like”.
§§§
In questo vortice di autopromozione e ammirazione, secondo uno studio dell’Università di Firenze, si rischia di diventare dipendenti da Facebook e Twitter. I social networks, infatti, sono il terreno ideale per far proliferare il narcisismo.
Lo studio, condotto da Silvia Casale, Giulia Fioravanti e Laura Rugai e pubblicato sulla rivista “Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking”, ha preso in esame un campione di 535 studenti che hanno completato un questionario per valutare la relazione tra propensione al narcisismo e l’uso di Internet. Ne è emerso che i “narcisisti vulnerabili”, cioé quelli insicuri e con meno autostima, sono quelli più propensi a preferire le interazioni attraverso lo schermo piuttosto che faccia a faccia, e corrono il rischio di diventarne dipendenti.
§§§
Poi ci sono i “narcisisti megalomani’ o grandiosi, invece, cioè che tendono all’esibizionismo e vanno apertamente a caccia di consensi. Dal punto di vista dell’utilizzo dei social network, inoltre, non sono state riscontrate differenze significative tra i narcisisti grandiosi e i non-narcisisti.
La macchina dei like sta influenzando notevolmente l’umore dei più giovani e si rischia di rimanerne vittime ed incastrati.
§§§
Ammetto che adoro molto stare su facebook e ammetto anche di essere un po’ polemico e controcorrente. Non cerco like.
È un social network ovvero una rete sociale dove confrontarmi su alcuni argomenti. Io esprimo ciò che penso, poi ascolto le altre opinioni al riguardo senza però prevaricare. Non ho come obiettivo quello di avere ricevere “like” come una cartina tornasole dell’essere accettati, per poter pensare di essere “importanti”.
§§§
Poi noto che basta un’opinione contraria, un “like” mancato, un “invece no”, un “se permetti, io penso che…” per scattare inesorabile il cartellino rosso, l’eliminazione. 
Bannato. Bloccato. Eliminato!
Non potendo eliminare fisicamente chi dissente e chi pensa in modo differente, i social networks offrono la possibilità di eliminarlo virtualmente per potersi beare tra i like, gli applausi, i “braaaavo/grazieeee”. 
Abbiamo perso il piacere del confronto. E quando non si è più in grado di accettare un’opinione diversa dalla nostra ci aspetta un destino crudele. 
Ma attenti, su facebook c’è il tasto “blocca” ma nella vita reale non c’è…

martedì 5 settembre 2017

La mamma che odia i "Buondì"? è MOTTA!!

Per attirare l’attenzione, in qualsiasi ambito o contesto, la tecnica del "lisciare il pelo" dell’interlocutore è sempre un asso nella manica.
Oppure l’ironia nel messaggio può essere un grimaldello per far riflettere.
O talvolta è utile una frase, un gioco di parole che –lento ma stakanovista come un tarlo– si insinua, silente, nella nostra mente per poi esplodere inaspettatamente e farci capire con calma ciò che la campagna intendeva fare capire.
Infine si può colpire lo spettatore con un vero shock visivo come un famelico squalo che ci incontra mentre facciamo due bracciate spensierati al largo, lasciando i pensieri nella battigia.
Finora per la comunicazione creativa per lanciare i prodotti dolciari destinati alla colazione ci si è sempre rivolti al primo modulo. Un messaggio dolce proprio come i prodotti da lanciare.
Poi, ecco che arriva un nuovo spot che si è abbattuto sulle nostre tv come un …asteroide.

Apriti cielo!!
«Quella bimba è saccente e antipatica».
«La scena in cui perisce la mamma può provocare turbamento».
Occorre ricordare che è pur vero che la prima legge della comunicazione creativa ci dice che “occorre stupire il cliente”. Ergo, se ha sollevato questo fulmineo polverone, beh, un primo risultato c’è stato.
Al netto poi del più che prevedibile incitamento al “boycott the…” che nasce spontaneo in qualche mente atrofizzata.
La bambina saccente poi, è il vero “colpa d’ala” che dona luce allo spot.
Un po’ come la bimba  nella pubblicità della Lufthansa  che ci spiega che «è una questione di fisica». 
Oppure chi si ricorda del dialogo tra due bambini sul seggiolino della bicicletta, uno più saccente dell’altra.
Lui con gli occhialini tondi alla Cavour, lei impeccabile con una compostezza da vera sciura  milanese in nuce. 
Lui con un modellino di aeroplano afferma con un evidente rotacismo: «Con l’elettricità farò volare i miei aerei». E lei voltandosi gli intima sarcasticamente: «Si, ma prima allacciati  bene la cintura».
Senza quella spocchia, il dialogo sarebbe stato decisamente più piatto.
A chi dice poi che quelle scene possono provocare turbamento nei minori, mi sovvengono in rapida successione le classiche favolette per bambini dove non mancano lupi cattivi, draghi, rapimenti, segregazioni in stanze segrete di castelli…
E non continuo con le scene di violenza quotidiana che vengono proposte anche in fascia protetta.
Sinceramente io trovo questa campagna davvero geniale e darei un premio ai “creativi” che l'hanno ideata che hanno dimostrato di saper superare e azzerare la solita, bieca, banale, scontata (ed innaturale) famigliola finta che si riunisce insieme a fare colazione con calma e in armonia.
Senza contare che in altri spot si è volutamente fatta fuori la figura della mamma per presentare un nuovo tipo di famiglia più “openminded” e nessuno si è mai lamentato…
Fossi nei panni dell’art director della agenzia creativa elaborerei subito un nuovo spot:
«che fine ha fatto la mamma?»
E la bimba con forte accento siculo risponde «…è MOTTA!!».

giovedì 31 agosto 2017

20 anni senza una dolcissima donna

Lady Diana Frances Spencer, famosa soprattutto come “Lady Diana”, è morta vent’anni fa, a 36 anni, la notte tra il 30 e il 31 agosto del 1997. 
Da sottolineare che titolo “lady” lo ereditò dalla sua famiglia di origine, non dal matrimonio reale…
 È innegabilmente una delle donne che ha lasciato il segno indelebile nella seconda metà del ‘900.


Dietro l’immagine patinata che i media hanno voluto offrire c’è solo l’immagine di una donna fragile, delicata, infelice, anticonformista (per quel che poteva permettersi). 
Una donna molto amata dal popolo del Regno Unito, che sentì subito a pelle che per la prima volta nella “Royal Family” qualcuno mostrava sensibilità ed umanità.
«La principessa del popolo», la chiamarono e la chiamano ancora gli inglesi adottando la fortunata definizione di Tony Blair.


La notte tra il 30 ed il 31 agosto, era con Dodi Al-Fayed, quella tragica notte i due partirono in auto dall’Hotel Ritz in Place Vendôme e per sfuggire ai giornalisti e ai fotografi che li aspettavano poco dopo mezzanotte nel tunnel dell’Alma a Parigi l’autista perse il controllo della Mercedes che sbandò e si schiantò contro un pilastro.  
Dodi Al-Fayed e l’autista morirono sul colpo. 
La guardia del corpo, seduta sul sedile anteriore, rimase gravemente ferita. 
Lady Diana, ancora viva, venne soccorsa e poi trasportata in ambulanza all’ospedale Pitié-Salpêtrière, dove arrivò poco dopo le 2 di notte.
Aveva gravi lesioni interne e venne dichiarata morta due ore più tardi.
Per le strade di Londra parteciparono circa 3 milioni di persone.
Durante la cerimonia Elton John cantò una versione di «Candle in the Wind».
Come disse il fratello di Diana era «una donna dalla nobiltà innata, che andava oltre le classi sociali», e che negli ultimi anni aveva «dimostrato di non aver bisogno di un titolo reale per continuare a generare il suo particolare tipo di magia».
Una donna davvero speciale che con la sua immagine, dopo il divorzio, aiutò i bambini poveri dell'Africa e fu accanto a personalità come Nelson Mandela, il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, e la santa Madre Teresa di Calcutta con la quale strinse una fortissima amicizia.
A chi storceva il naso per la sua amicizia con quella donna così diversa da lei, contesa dalle copertine delle riviste di gossip, la religiosa replicava: «Non sto accogliendo una principessa, ma una giovane in difficoltà, ansiosa di fare opere di bene e rinforzare la propria fede».
Per uno strano scherzo del destino moriranno a 5 giorni di distanza.
La sua grandezza era proprio quella di mettere tutti a proprio agio. In occasione del suo genetliaco, il 1 Luglio, mi piaceva farLe pervenire i miei auguri e Lei, puntualmente, mi faceva rispondere con la sua carta intestata (non quella ufficiale, ma quella personale!)... 


ecco perché la sua bellezza e la sua classe rimarranno sempre a imperitura memoria. 

lunedì 26 giugno 2017

Quando il "politically correct" avvelena la bellezza

Con l’estate arriva l’incubo della “prova costume”. E gli spot contribuiscono a dare manforte alla depressione che colpisce i futuri bagnanti (siano essi uomini o donne: per i primi la “tartaruga” è obbligatoria, per le seconde occorrono misure da passerella).
Qualche tempo fa, i pendolari che utilizzano abitualmente l’Underground di Londra si sono trovati di fronte una maxi affissione con la top model australiana Renee Somerfield (…naturalmente magrissima e con un corpo mozzafiato!) in bikini che chiedeva se il loro corpo fosse pronto per la prova-costume.

Mal gliene incolse al brand Protein World ovvero integratori alimentari con lo scopo di perdere peso in maniera più rapida ed efficiente!
Il claim utilizzato dalla azienda era chiaro e diretto: «Are you beach body ready?» (che suona, più o meno, come «Il tuo corpo è pronto per la spiaggia?»), ma  sortì l'effetto contrario: diverse attiviste femministe e altre persone che sono contro la mercificazione del corpo hanno denunciato il poster come "sessista" e l'hanno accusato di promuovere "un ideale fisico praticamente irraggiungibile".
Per prima cosa, pensarono di vandalizzare i cartelloni pubblicitari aggiungendo commenti sarcastici con pennarelli indelebili per smascherare la falsità della campagna pubblicitaria. E poi diedero vita ad una campagna virale sui media.


È così che è nacque su twitter la campagna #eachbodysready (ossia, “ogni corpo è pronto”) volta a diffondere nelle ragazze la consapevolezza che questa pubblicità fosse fuorviante e promuovesse standard troppo elevati e troppo distanti dai corpi delle ragazze.
Nel frattempo molte donne posarono in bikini di fronte ai cartelloni per dimostrare che la spiaggia è un luogo aperto a tutti e le pubblicità che colpevolizzano chi non ha una forma fisica perfetta come questa sono da condannare.
Richard Staveley, capo della sezione marketing di Protein World, fu fermamente convinto a non rimuovere i cartelloni pubblicitari (anche se vandalizzati!) perché creati per restare.
«Siamo l'azienda che tratta di proteine più grande d'Inghilterra, con oltre 300mila clienti in 50 nazioni. E la maggior parte di loro sono donne: come potremmo essere sessisti?» fu la reazione stizzita sui media.
Renee, l'incredibile modella protagonista della campagna fu –falsamente!–  accusata da molti di essere stata ritoccata.  «Il suo fisico si trova entro i limiti di quello che il governo inglese considera un fisico sano. Non è anoressica, è sana! Quindi, chi manifesta, sta manifestando contro un corpo sano».
La pubblicità, a causa del numero di lamentele che ha causato, andò sotto esame da parte dell'Advertising Standards Authority (ASA) inglese, che valutò l’eventualità della rimozione dei cartelloni, invitando ad una maggiore responsabilità sociale nella comunicazione pubblicitaria.

Una delle prime ordinanze del neo-sindaco di Londra, Sadiq Khan, diede il via ad una nuova politica per le pubblicità del trasporto pubblico londinese vietando ogni tipo di pubblicità che suggerisca una qualsiasi forma di discriminazione estetica, nonché che abbia una cattiva influenza su ragazzi e ragazze, rifiutando l’omologazione a certi canoni estetici perché “ogni corpo è pronto per la spiaggia”, basta mettere un costume da bagno.

A questo punto occorrerebbe fermarsi con una buona dose di obbiettività e ragionare che la comunicazione creativa tende a sottolineare ed esaltare il meglio di un prodotto per presentarlo come il meglio.
Stando anche in equilibrio tra una "bugia bianca" e il pericolo della pubblicità ingannevole.
Per un’auto si punterà sulla velocità o sui bassi consumi, per un divano sulla comodità, un succo di frutta sarà gustoso e genuino.
Di questo passo eviteremo lo spot di una gioielleria per non offendere chi invece indossa bigiotteria.
Eviteremo le sfilate dell'haute couture per rispetto a coloro che indossano solo abiti "made in China"?
Facciamocene una ragione.
Per un concorso di bellezza sarà più adatta una splendida stangona e nell'Olimpiade della Chimica darà il meglio il "nerd". E un bikini sarà più intrigante su una modella o su una casalinga “curvy”?

giovedì 18 maggio 2017

UNO «STREGA» INVECCHIATO 70 ANNI?

Pare che Walter Veltroni approfittando che della partecipazione al “premio Strega” del romanzo di Monaldi & Sorti intitolato "Malaparte" ha proposto di assegnare un Premio Strega alla memoria a Curzio Malaparte.
Personalmente i riconoscimenti postumi, quelli "alla memoria", “a babbo morto”, mi evocano un senso di squallore, un’emulsione maleodorante tra due aforismi: «nemo propheta in patria» e «de mortuis nihil nisi bonum dicendum est». 
Un po' come i coccodrilli sui giornali!
Un fluido melenso per ovviare alla evidente miopia cerebrale che impedì a tempo debito di riconoscere i pregi di un dato personaggio.
Ecco allora il "premio alla carriera" all'attore ottuagenario o peggio "alla memoria" dopo che l'attore o lo scrittore è stato ignorato e snobbato per tutta la sua vita terrena.
Ammesso che tale proposta di Veltroni venga accettata, il premio suonerebbe decisamente strano e contraddittorio, visto che alle streghe, quelle vere, è riconosciuto la dote di preveggenza, mentre in questo caso il premio Strega… arriverebbe tardi. Decisamente in ritardo, considerando che son trascorsi quasi 60 anni da quando che lo scrittore toscano è passato a miglior vita nel luglio 1957!
Giova ricordare che Malaparte in vita fu tradotto e noto in tutto il mondo e snobbato e ignorato entro i confini italici («nemo propheta in patria» appunto!).
Giova anche ricordare che il prestigioso critico Alberto Asor Rosa, riuscì a confondere Curzio Malaparte con Curzio Maltese, editorialista de “la Repubblica”. 
#epicfail come risponderebbe il popolo dei social.
Occorre però aggiungere (come  ci ricorda Alessandro Gnocchi su “il Giornale”) che Curzio Malaparte fu candidato allo “Strega” anche in vita, nel 1950, con il capolavoro «La pelle».
Ma quell’anno vinse Cesare Pavese con «La bella estate». 
Malaparte non accettò con diplomazia quel risultato.
E dichiarò solennemente che non avrebbe mai più partecipato a una competizione letteraria. In una lettera a «il Tempo», Malaparte definì il premio come «una di quelle riunioni di famiglia che offrono ogni tanto la possibilità, a certa letteratura italiana maschile e femminile, di vestirsi da sera». Con il tipico sarcasmo malapartiano concluse «Il mio torto è di preferire le riunioni mondane dove regna lo champagne, a quelle dove regna il liquore Strega».
«Game, set, matches», come direbbero i seguaci del tennis.
Ed in una lettera successiva allo stesso quotidiano precisò: «Sono lieto di dichiarare che, se avessi ricevuto il premio, io lo avrei rifiutato».
Meglio tardi che mai.
Brindate, dunque, alla memoria di Curzio Malaparte.
E decidete se farlo con un flûte di champagne o un tumbler di “Strega”.

sabato 13 maggio 2017

BERNBACH... CHI ERA COSTUI?


Ognuno di noi ha una persona che ammira a cui ispirarsi per il proprio lavoro o anche per un personale percorso di vita. 
Io da qualche tempo sono rimasto folgorato dalla figura e dall'opera di Bill Bernbach.
«Bill chi?» diranno molti di voi.
A molti quel nome dirà poco. Forse nulla.
(e mi raccomando, non “googlate”, vi tengo d’occhio!).
Ma state sereni, la quasi totalità delle persone è nelle vostre condizioni.
Eppure, senza di lui si sgretolerebbe oltre metà dell’advertising pubblicitario del secolo appena trascorso.
Non appaia un azzardo se sto per paragonare la sua attività dal punto di vista della comunicazione creativa a quella di Galileo Galilei nell’astronomia, o Dante nella letteratura Italiana.
Dopo di lui nulla è stato più come prima.

William Bernbach nacque in pieno Bronx nel 1911, iniziò a lavorare nell’ufficio spedizioni delle Distillerie Schenley ma, la sua vera grande passione era quella di scrivere annunci per la pubblicità per i prodotti di quella stessa azienda.
Un giorno, sfogliando il New York Times, Bill notò che per il lancio dell’American Cream Whiskey era stata pubblicata  una sua idea, tale e quale, senza che però l’agenzia gli avesse riconosciuto alcun merito…

Ora sospendo per un attimo la narrazione.
Ve lo dico molto chiaramente: io sono certo di non essere un genio e tanto meno posso paragonarmi con Bernbach (Domine non sum dignus) ma questo è capitato anche me e credetemi che la rabbia che nasce dentro è irrefrenabile come una bibita gassata che venga agitata…

Il boss della Schenley venne a saperlo e lo volle promuovere all’ufficio marketing.
Nel 1949, fondò la DDB - Doyle Dane Bernbach.
I tre partirono con le idee ben chiare: «Proviamo al mondo che il buon gusto, la buona arte, la buona scrittura possono creare una buona vendita!”

Nel 1960 insegnarono agli americani a “pensare in piccolo”: con una pagina quasi vuota con in alto a sinistra il “Beetle” Volkswagen piccolo piccolo e la scritta “think small”.
Una filosofia folle e provocatoria per un'America sempre più malata di gigantismo del “think big”, un paese la cui parola d’ordine era “to be number one” e loro proponevano di “pensare in piccolo”.
Questa fu una delle indimenticabili campagne pubblicitarie di Bill Bernbach, il pubblicitario più geniale del XX secolo.
Qualche anno dopo, un'altra scritta campeggiava nei quotidiani in una pagina senza foto: «Non c’è
 motivo di mostrarvi la nuova Volkswagen ’62. Sarà ancora la stessa!”

I clienti della DDB erano del calibro di American Airlines, Seagram, International Silver, Heinz, Sony, Uniroyal, Lever, Gillette.
Sembra paradossale ma, fedele all’idea che non ci si deve intrappolare in formule, un grande comunicatore come lui raramente rilasciava interviste e non pubblicherà mai nulla circa le proprie teorie pubblicitarie. 
Da ciò che ci resta di lui possiamo distillare una frase che rivela la sua filosofia: «Le regole sono quelle che l’artista spezza; nulla di memorabile è mai uscito da una formula».

Per il panificio Levy’s, ideò la foto di un bimbo di colore con il pay-off «non devi essere ebreo per amare Levy’s, vero pane di segale ebreo».
La campagna per i magazzini Orbach’s, pensò alla foto di un bambino corrucciato e la scritta «Siamo spiacenti di informarti che la tua roba per la scuola è pronta da Orbach’s».
«Dal 23 dicembre l'Oceano Atlantico sarà più piccolo del 20%» rendeva noto che linea aerea EL AL accorciava i tempi della traversata atlantica.
Idee semplici ed efficaci.

Considerava come un grande nemico la standardizzazione: alla DDB, lasciava i creativi alle sue dipendenze liberi di agire, dando a ciascuno la possibilità di crescere a proprio modo. 
Per entrare alla DDB, aveva fissato due essenziali condizioni:

1.                  avere talento;
2.                  essere una persona perbene.
In mancanza di una delle due, la sua risposta era cortese ma negativa.
Le pubblicità da lui create contenevano caratteristiche che oggi stentiamo a definire qualità, ma erano destinate a perdurare nella memoria del pubblico (non è un caso che adesso le stiamo citando ad esempio!) mentre invece scordiamo rapidamente gli effetti speciali più roboanti delle campagne pubblicitarie dei nostri giorni con “art-directors” di grido alla ricerca di dare “pugni nello stomaco” pur di attirare il cliente. 

Anche il suo epitaffio nel necrologio sul New York Times fu una perla di rara genialità creativa:
«I veri giganti sono sempre stati dei poeti,
uomini che saltavano dai puri fatti
al regno dell’immaginazione e delle idee». 

Alla luce di tutto ciò, ora che sappiamo un po’ di più di 
Bill Bernbach  io abbando ad alcune considerazioni, e mi chiedo: 
-Dove sono finiti ai nostri giorni gli imprenditori acuti, intelligenti e lungimiranti come William Bernbach che per la propria azienda non cercava un “neolaureato, max 28anni, 4anni d’esperienza” ma puntava semplicemente su una brava persona con talento, passione, interesse per ciò che doveva fare?
-Dove son finiti oggi, in questo iperattivo XXI secolo, i Bill Bernbach che danno più importanza a quello che potrai fare con il tuo talento e non a quello che hai già fatto?

D’altronde, si sa, che i Galileo, i Manzoni, i Dante, gli Einstein non nascono ogni giorno, ma, accantonando per un momento l’orgoglio e la superbia, sapendo di non essere né Galileo, né Manzoni o Dante, e tanto meno Einstein, si potrebbe almeno prendere l’esempio, no?



P. S. Mentre do un ritocco finale a questo testo, mi vengono in mente il Titanic e l’Arca di Noè. 
Due imbarcazioni, due destini.
Un’imbarcazione costruita da un dilettante senza pretese ma con tanta passione, l’altra costruita da un team di ingegneri per passare alla storia come il transatlantico più bello.

Ebbene, a bocce ferme, la storia chi ha voluto favorire?