lunedì 27 ottobre 2014

Quando l'Agenzia delle Entrate vuol competere con il "MADE IN ITALY"


Un recente studio statistico ha evidenziato che il marchio “Made in Italy” è il più noto e apprezzato al mondo dopo quelli della Coca-Cola e della Visa! Basterebbe questo per illuminare molte menti (che invece restano obnubilate nella loro nebbia saccente!)
E in questa speciale classifica risulta il ..."number  one" al mondo come identificatore di Paese.
E se per la tecnologia, ci si affida a occhi chiusi al “made in Japan”, per lo stile, la classe, lo charme, un solo nome risuona all'unisono: il MADE IN ITALY!
Sull’intero pianeta Terra (per adesso?), da Tokio a Los Angeles, da Stoccolma a Malindi il “made in Italy” è una garanzia di qualità.
Dovremmo quindi stendere chilometri di tappeto rosso (pardon“red carpet”!!) per l’unica voce (insieme al turismo che però sta cedendo!) della nostra economia che continua a far tenere alto il nome della nostra amatissima Patria nel mondo. La moda, le auto di lusso: sono sinonimo della fantasia italiana.
Prendete "brand" italianissimi come Buitoni, Zoppas, Peroni, Algida, Gancia, Star, Valentino, Sanpellegrino, Riso Scotti, Loro Piana, Pomellato, Safilo, Fendi, Lamborghini. Made in Italy? Macchè!
L’haute couture VALENTINO, punta di diamante del made in Italy, è emigrata in Qatar, la TELECOM ora habla español, l’ALITALIA è fvanscese, anche la PARMALAT è andata nelle mani francese, la BUITONI invece ha preso la cittadinanza svizzera, le confetture SANTAROSA poi si son trasferite a fare il breakfast in Inghilterra, i colossi degli elettrodomestici REX, ZOPPAS, ZANUSSI sono andati in Svezia. La birra PERONI è stata assunta nei pub in Sud Africa, i gelati ALGIDA sono diventati icecreams in Olanda e Inghilterra. In Russia si brinda poi con lo spumante GANCIA, e la STAR … è diventata “estrella” in Spagna. Le bibite SAN PELLEGRINO se le son bevute i francesi: ma già dagli anni '80 si sapeva che “C'èst plus facile”…  Alla GALBANI, LOCATELLI E INVERNIZZI parlano ora francese. (e la mucca Carolina dirà: “pitipitumpà!”).
Il RISO SCOTTI è stato acquistato per fare la paella in Spagna. I francesi non hanno voluto rinunciare ai gioielli POMELLATO… In Olanda, poi con gli occhiali SAFILO hanno saputo… vedere lontano.
Come se non bastasse ultimamente si è diffusa in tutta l’Europa la vera e propria caccia all’untore ricco...
In Francia, monsieur le President, François Gérard Georges Nicolas Hollande ha deciso di elevare la tassa al 75% sui redditi più alti.
Fu così che molti artisti come Catherine Deneuve e Gérard Depardieu hanno deciso di espatriare (rispettivamente in Belgio e in Russia) dove son stati –ovviamente– accolti con tutti gli onori che meritano!
A brevissimo tempo li seguì Bernard Arnault, che annunciò il suo espatrio. Arnault non è certo un Carneade qualunque! È il manager di LVMH (ovvero “Louis Vuitton Moët Hennessy S.A.”) un impero che raggruppa il gotha dei maggiori brand del lusso nel mondo del calibro di Hennessy, Krug, Mercier, Moët et Chandon, Dom Pérignon, Veuve Clicquot, Bulgari, De Beers Diamond Jewellers, Dior Watches, TAG Heuer, Hublot, Dior, Louis Vuitton, Fendi, Donna Karan, Givenchy, Kenzo, Loewe, Marc Jacobs, Bvlgari, Parfums Christian Dior, Guerlain, Parfums Givenchy, Kenzo Parfums, Acqua di Parma (e molti altri marchi prestigiosi!...).
Anche in Italia non siamo da meno. Ma in maniera subdola. Noi sguinzagliamo la Guardia di Finanza. Non riusciamo a capire che se ancora il nostro amatissimo (non in casa propria!!) Belpaese non affonda, se continua a galleggiare (alla faccia di tutti gli avvoltoi europei che scalpitano che cantarci il “De Profundis”), se ancora lo tricolore ha un suo valore nel mondo è solo per il turismo, lo stile e l’alta moda italiana.
ATTENZIONE!!!
Qui vi chiedo un piccolo stop per chiarire una cosa:
NON INTENDO AVALLARE, GIUSTIFICARE O INCENTIVARE L’EVASIONE FISCALE CHE –RIBADISCO!– DEVE ESSERE COMBATTUTA DURAMENTE.
 Dovremmo coccolarci gli imprenditori di questo settore! Invece no!
Se sei ricco, sei anche un ladro bastardo, un evasore fiscale che merita anni di galera a pane e acqua.
(Salvo poi difendere chi va in giro in centro con un piccone in mano colpendo chicchessia: questi ultimi hanno sempre giustificazioni socio-economiche-demagogiche…).
Alla base l’invidia, quella più subdola e bieca, emerge alla grande.
Se sei famoso, se sei ricco, devi spiegarci come hai scalato la vetta del successo!!
Ecco infatti che -per fare un esempio recente!- Gaetano Ruta, pubblico ministero presso il tribunale di Milano, ha chiesto una condanna a due anni e sei mesi di carcere. Secondo l’accusa i due designer avrebbero costituito una società in Lussemburgo, la Gado, proprietaria dei marchi del gruppo e di fatto gestita in Italia, al fine di ottenere risparmi fiscali. Dolce e Gabbana sono stati accusati di non aver dichiarato tasse sulle royalties per circa un miliardo di euro.
L’avvocato dell’Agenzia delle Entrate ha chiesto una provvisionale di 10 milioni di euro per danno all’immagine.
Qui sfioriamo il paradosso (o forse il ridicolo!!).
“Danno all’immagine” di chi?
Dell’Agenzia delle Entrate?
Pertanto deduco che forse in qualche procura c’è chi ritiene che l’Italia sia famosa nel mondo per la sua “Agenzia delle Entrate”!
Chi riceve un danno maggiore alla propria immagine a livello mondiale, il “made in Italy” o l’Agenzia delle Entrate?
O forse la bella foto in prima pagina nei quotidiani per il procuratore “coraggioso”?
Ci sarebbe da ridere se non fosse tutto così folle.
Sbattiamo in galera Dolce&Gabbana. E visto che ci siamo, diamo pure l’azienda in mano a qualche ragioniere nominato dal Tribunale. E passi se “l’azienda” in questione non è il negozietto del verduraio sotto casa ma un brand che il mondo intero ci invidia!).
Sarebbe un po’come se ad uno studente che ha la media del “9” un professore appioppasse un “7” in condotta per renderlo più… normale al resto della classe, accusandolo (senza prove) di aver copiato una volta in un compito!!
Ma ora solleviamo un po’ lo sguardo altrove: la multinazionale “Apple” a fronte dei suoi 74 miliardi di $ di utili, ha pagato 44 milioni di $ in tasse, ovvero, calcolatrice alla mano, meno del 3%! (vogliamo ricordare che in Italia, le imposte per le aziende spesso superano il 60% degli utili?).
Il discorso non cambia per molti altri “brand”: Facebook, Microsoft, Twitter, Intel, Paypal e Tesla.
E perché? Semplice: gli americani sanno come difendere il “made in U.S.A.”!
E noi? Con il marchio che il mondo ci invidia che facciamo? Li inseguiamo minacciando la galera.
Ma andiamo oltre.
Il mercato dell'auto di lusso. Per le Highways, nella 5thAvenue, o davanti al “Dolby Theatre” di Hollywood, se non si vuole passare inosservati con quale macchina è bene arrivare? Ferrari? Lamborghini? Maserati? What else? In Europa, il settore dell’auto fa segnare il diciottesimo calo consecutivo (dati diffusi dall’Acea, riguardanti il mese di Marzo 2013).
Il presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di autoveicoli, Filippo Pavan Bernacchi, ci ricorda però che “lo spauracchio del superbollo e la spettacolarizzazione nei controlli anti-evasione stanno distruggendo un settore, quello delle auto di lusso, che da sempre parla italiano”.
Le scelte intraprese dal Governo hanno letteralmente terrorizzato i potenziali clienti. E chi possiede queste vetture o cerca di sbarazzarsene, soprattutto all’estero, o le tiene in garage per paura di essere fermato e fatto oggetto di indagini plurime…
Rispetto al pari periodo del 2011, Ferrari ha avuto un calo del 51,5% e Maserati, -70%.
E ovviamente sono in agguato le lettere di licenziamento.
Altro che coccolare gli imprenditori che fanno brillare il nome della nostra nazione.
Loro sono ricchi e non meritano rispetto.
La proprietà è un furto e l’imprenditore è il nostro acerrimo nemico.
Arriva poi a conferma di quanto detto che la Suprema Corte di Giustizia Italiana ha assolto Domenico Dolce e Stefano Gabbana dall’accusa di evasione fiscale perchè il fatto non sussiste. Il fatto non sussiste. Quindi non c’è stata evasione fiscale.
Allora come la mettiamo con l’avvocato dell’Agenzia delle Entrate chiese una provvisionale di 10 milioni di euro per danno all’immagine.  Ora… a chi tocca chiedere un danno all’immagine che per due anni ha gettato fango e guano? E dopo la sentenza in un comunicato ufficiale i due stilisti milanesi hanno scritto: “Siamo persone oneste e siamo estremamente soddisfatti di questa sentenza della Corte di Giustizia italiana. Viva l’Italia”.
Purtroppo in pochi ricordano cheil made in Italy è l’unico datore di lavoro che fa crescere un Paese sempre più succube della sindrome di “tafazzismo”!


 

venerdì 26 settembre 2014

Abbiamo perduto il piacere di dirci "BUONGIORNO!"


«Buongiorno come sta?»;«Prego, si accomodi»;«Posso aiutarla?»Quante volte sentiamo pronunciare queste frasi con il giusto trasporto e con gioia?Poche, o pochissime!Spesso sono soltanto frasi meccaniche e circostanziate, ripetute più per abitudine o convenienza sociale che per effettiva voglia di augurare una buona giornata. O peggio quelli che mormorano una sorta di codice fiscale del "buongiornoperché dovuto e "tanto non si paga!" Non sentiamo più dentro questa esigenza perché abbiamo cancellato il loro vero significato, abbiamo scordato che "buon giorno" significa "ti auguro che questo sia un giorno buono per te!”, "buona notte" significa "ti auguro di trascorrere una notte serena!”, "Salve" significa "salute a te!”.Eppure quelle frasi e quei gesti sono il miglior modo per «rendere domestico un luogo anonimo» quali sono le nostre città.Oggi è molto facile incrociarsi nel pianerottolo dei nostri palazzi o in ufficio, senza neppure un saluto.Possiamo trovare chi ci passa -in malo modo- davanti nella fila in banca, o vedere ragazzi (e non solo ragazzi) seduti sull'autobus, indifferenti davanti ad un anziano barcollante o ad una signora in evidente stato di gravidanza. Viviamo nel nostro microcosmo insensibile e cinico.Ci siamo dimenticati le buone maniere.
Se parli poi di bonton sentirai solo risate di scherno.Buon giorno, buona sera, buona notte!” son diventati solo modi di salutare perché non ne possiamo fare a meno.Dovremmo riscoprire l’esigenza di ritornare a gustare il sapore della cortesia, della gentilezza e del salutare, e i “new media” ci da la possibilità di “riassaporare il gusto di una parola gentile".Ad esempio potremmo riservare alcuni fra delle migliaia di SMS, WhatsApp, Telegram, Snapchat che ogni momento inviamo, per un messaggio d'augurio e d'affetto ai vostri amici.
 Alla mattina un messaggio per augurare “Buona giornata!” o quando andate a dormire per dire “buona notteRiassaporerete il gusto della cortesia e non saprete più smettere!!!!E sarà una gioia immensa ricevere un messaggio di un amico che ti dice "Buonanotte". Vuol dire che in quel momento, la tua amica o il tuo amico, prima di andare a letto, vuol condividere con te la Buonanotte!Trasmetterete ai propri amici questa gioia restituendo calore ad un mezzo freddo, asettico e distaccato come l'SMS!
E se poi gli altri non rispondono o non gradiscono... beh pazienza.... il Galateo mi impone di salutare... e quelli che non rispondono...se la vedranno con le norme del bonton.

venerdì 25 aprile 2014

25 APRILE - UNA FESTA CHE NON MI APPARTIENE.







Essendo io nato il 21 Ottobre non c’è motivo alcuno che io festeggi il compleanno ad esempio il 10 Agosto…
Così come se mi chiamo Vincenzo, non festeggio oggi l’onomastico, visto che si ricorda San Marco evangelista.
VNICVIQUE SVVM. Ognuno festeggi ciò che sente.

Purtroppo dopo 70 anni il 25 Aprile è una solamente festa che divide anzichè unire, una festa che ha mantenuto intatto per 70 anni l'astio e il veleno, una festa «partigiana» (no, non intendo dire “dei partigiani” ma con l’accezione etimologica:  di parte”)…
Non è ad esempio un 14 luglio francese (con la presa della Bastiglia) o un 4 luglio americano (dove i coloni si riconoscono liberi e ripudiano la madre patria), feste cioè che uniscono tutta la nazione…

Dovrei festeggiare il 25 Aprile che ha portato a quell’orrenda squallida sceneggiata di piazzale Loreto definita (dagli storici!) come una “scena da macelleria messicana”?
Dovrei forse festeggiare il 25 Aprile che ha portato alle foibe titine?
O forse oggi dovrei festeggiare il giorno che ha dato il via alle stragi del famoso “triangolo rosso” di Reggio Emilia?
Dopo 70 anni ancora il 25Aprile è una data che divide: è una festa di liberazione con i "pugnichiusi" la cui colonna sonora ufficiale è Bella ciao!!
Ecco perchè NON POSSO FESTEGGIARE! 
Non mi sento di festeggiare una data macchiata da tanto sangue chiamandola “Anniversario della Liberazione”. Non è la festa di tutti.
Piuttosto preferisco ricordare che oggi si festeggia San Marco Evangelista

Oppure che il 25 Aprile del 387 S. Agostino ricevette il battesimo da S. Ambrogio;
O nel 1719 venne pubblicato il romanzo Robinson Crusoe
di Daniel DeFoe;
Nel 1926 la Prima rappres
entazione assoluta della Turandot di Giacomo Puccini al Teatro alla Scala di Milano;
Oppure il 141° anniversario della nascita di un grande genio Italiano: Guglielmo Marconi...

 Eh sì, oggi è un grande giorno!



venerdì 18 aprile 2014

UN MEDICO DESCRIVE LA PASSIONE DI GESÙ CRISTO


Tempo fa, il prof. Pierre Barbet, chirurgo dell’Ospedale "Saint  Joseph" di Parigi era ospite del card. Eugenio Pacelli in Vaticano, e gli raccontò che –in base alle sue ricerche– si poteva essere certi che la morte di Gesù Cristo era avvenuta per “contrazione tetanica di tutti i muscoli” e poi “per asfissia”.
E l’allora card. Pacelli, impallidì di dolore e gli rispose: «Non ne sapevamo nulla; mai nessuno ce ne aveva fatto parola ». 
E poi sussurrò: «è la conferma che il figlio di Dio patì sulla croce come preannunciato da Lui stesso ai suoi discepoli sulla via di Emmaus».
 
Ritornato nel suo studio, il prof. Barbet decise di stendere un vero e proprio rapporto scritto dal punto di vista medico, della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.
«Si tratta  spiega il prof. Barbet  di un argomento il cui pensiero non mi ha mai abbandonato da più di venti anni, giungendo talvolta sino ad ossessionarmi. Esiste forse al mondo og­getto di meditazione più importante per l’uomo di queste sofferenze, in cui si concretizzano due Verità misteriose, le sole che veramente importino all’uomo, l’Incarnazione e la Redenzione? È necessario e sufficiente, evidentemente che egli vi aderisca con tutta l’anima sua e ne tragga leal­mente la sua norma di vita. Ma in questo evento unico, che è il punto culminante della storia umana, il più piccolo par­ticolare acquista, a mio giudizio, un valore infinito e non dev’essere trascurato anche quando la concisione degli Evan­gelisti ci riduce a costruire su basi scientifiche, e non più scritturali ed ispirate, ipotesi più o meno solide».
I teologi possono descrivere le sofferenze morali che accompagnano la Passione del Salvatore, dall’a­gonia del Getsemani, dove Egli rimase a pregare, oppresso sotto il peso dei peccati del mondo, sino all’abbandono del Padre che sulla Croce gli strappava quello straziante gemito: «Eloi, Eloi, lamma sabactani!» ma qualora quei teologi ed esegeti volessero spingersi alla narrazione delle sofferenze fisiche di Gesù, si dovrebbero fermare davanti alla evidente difficoltà di poter spiegare –con le parole– di ciò che è avvenuto per renderci partecipi.
«Ecco perché bisogna assolutamente che noi medici, anatomisti, fisiologi –continua il prof. Barbet–   proclamiamo ben alta la terribile verità, affinché la nostra povera scienza non serva soltanto a sollevare i nostri fratelli, ma anche –missione più grande–  ad illuminarli».
La premessa conteneva un’avvertenza chiara: «io sono solo un chirurgo, ho insegnato e in questa “veste” ho passato 17 anni in mezzo ai cadaveri. Ho avuto quindi modo di studiare e approfondire l’aspetto anatomico. Posso quindi scrivere su questo tema con competenza e senza presunzione».
Partiamo dalla «impressionante» concisione degli Evangelisti: «Pilato, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò affinché fosse crocifisso [...] Ed essi lo crocifis­sero».
Queste due frasi, ogni cristiano, per poco che co­nosca la liturgia, le sente ripetere ogni anno quattro volte nella Settimana Santa, in forme di poco diverse.
Nei riti si odono le urla della folla ebrea, le parole gravi del Salvatore, ma lo spirito non ha il tempo e modo di poter soffermarsi sulle spaventose sof­ferenze racchiuse in quelle frasi…
Certamente gli Evangelisti non avevano alcun bisogno di dare maggiori schiarimenti.
Per i cristiani dell’epoca queste due parole «flagellazione, crocifissione» avevano una potenza evocatrice della massima efficacia perché ne conoscevano il significato, per esperienza visiva  diretta. Diverso per noi e per i nostri sacerdoti: questo non significa quasi nulla!! Sì, abbiamo un’idea di un sup­plizio crudele.
Beh, adesso qualche piccolo flash ce l’ha dato il film “Passion” del regista Mel Gibson. Quelle immagini dure e crude di ciò che è avvenuto non hanno lasciato gli spettatori freddi…
Certo, ogni volta che assistiamo ad una Via Crucis, non potremmo non lasciarci trascinare da una terribile tentazione di suggerire alla nostra mente quelle immagini per riuscire solo ad immaginare quanto Ge­sù abbia sofferto e come abbia sofferto!
L’evangelista Luca ci dice che «Gesù entrò in agonìa nell’orto del Getsemani mentre pregava intensamente. Ed emise un sudore misto a gocce di sangue che cadevano fin a terra».
Il prof. Barbet fa notare un particolare: non è un caso se questo fatto è stato riportato solo da Luca: egli era un medico. E infatti lo fa con la precisione e la competenza di un addetto ai lavori.
Il “sudar sangue” o “ematoidròsi”, è un fenomeno medico rarissimo, ma già noto a quei tempi.
Avviene in situazioni estreme: a provocarlo è la spossatezza fisica unita da una violenta scossa morale causata da una profonda emozione o paura.
Il terrore, lo spavento, l’angoscia possono produrre la rottura di vasi capillari che si trovano nelle vicinanze delle ghiandole sudoripare. Il sangue si mescola al sudore e affiora sulla pelle.
Sappiamo bene com’è avvenuto il processo-farsa a Gesù organizzato e messo in scena dal Sinedrio ebraico, l’invio di Gesù a Ponzio Pilato, lo “sballottare” la vittima tra il procuratore romano ed Erode.
Pilato cede e decide di far flagellare il condannato.
I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi ad una colonna dell’atrio.

La flagellazione consiste nell’essere colpiti con delle strisce di cuoio intrecciate su cui sono fissate due palle di piombo e degli ossicini.
Le tracce evidenti possiamo riscontrarle nella Sindone: la gran parte delle sferzate le troviamo sulle spalle, sulla schiena, nella regione lombare e sul petto.
I carnefici furono due: uno da ciascun lato ma di differente corporatura.
La pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie effetto dell’"ematoidròsi”,si lacera e si spacca e il sangue zampilla.
E ad ogni staffilata il corpo di Gesù viene attraversato da un soprassalto di dolore.
Le forze oramai vengono meno, il sudore freddo gli imperla la fronte, la testa comincia a girare con vertigini e nausea, i brividi gli corrono lungo la schiena.
Crollerebbe in una pozza di sangue se non fosse stato legato in alto con i polsi.
Poi lo scherno dell’incoronazione: intrecciano una “corona” con lunghissime e durissime spine, più dure di quelle dell’acacia che penetrano nel cuoio capelluto (che è una zona molto vascolarizzata che quindi sanguina copiosamente).
Dall’analisi della Sindone riscontriamo un forte colpo di bastone sulla guancia destra che lascia una piaga lacero-contusa, il naso deformato da frattura nell’ala cartilaginea.
Ponzio Pilato presenta alla folla inferocita quell’uomo e lo consegna alla crocifissione.
Caricano sulle spalle di Gesù il braccio orizzontale della croce che pesa una cinquantina di kg.
Gesù cammina a piedi scalzi in un sentiero, lungo circa 600m. è cosparso di ciottoli e spesso cade sulle ginocchia.
Le spalle di Gesù sono già ricoperte di piaghe e quella trave gli scortica ulteriormente la pelle del dorso.
Arrivati sul monte Calvario, ha inizio la Crocifissione.
I soldati spogliano Gesù. La sua tunica è incollata alla pelle delle spalle. 
Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva. Levando la tunica (e i carnefici non hanno certo usato pietà e delicatezza!) si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe.
Avete mai provato a staccare la garza di una medicazione su una ferita? Non avete sofferto? Non per nulla quest’operazione –talvolta– richiede di anestetizzare localmente la zona.
I carnefici invece danno uno strappo violento.
Talvolta capita che quel dolore atroce possa provocare una sincope!
E il sangue ricomincia a scorrere.
Gesù viene steso sul dorso e le piaghe si mischiano alla ghiaia e alla polvere.
Gli aguzzini prendono le misure: un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi.
Un supplizio aggiunto al supplizio.

Il carnefice prende un chiodo (lungo, appuntito e quadrato) e lo appoggia sul polso di Gesù e con un colpo netto di martello lo pianta saldamente nel legno.
Seguono altri colpi.
Il nervo mediano è stato leso: in quell’istante il pollice di Gesù, con uno scatto, si è messo in opposizione nel palmo della mano.
Un dolore lancinante, acutissimo, diffuso nelle dita che –come una lingua di fuoco– raggiunge la spalla e folgora il cervello.
Quando viene leso un fascio di nervi si prova il dolore più insopportabile che si possa provare! Qualche volta si perde conoscenza! Ma Gesù non perde conoscenza! Il nervo è stato solo sfilacciato. Il tronco di nervi resta quindi a contatto con il chiodo. Quando poi resterà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino sul ponticello. E ogni scossa, ogni movimento, provocherà dolori strazianti.
E tutto questo durerà tre lunghissime ore!
Ovvio che anche per l’altro braccio si ripeteranno gli stessi atroci dolori.
I carnefici impugnano le estremità della croce, sollevano Gesù, poi facendolo indietreggiare lo addossano al palo verticale.
Le spalle della vittima hanno strisciato sul legno ruvido.
La testa di Gesù è reclinata in avanti per evitare di toccare il legno con la corona di spine.
Quando prova a sollevare la testa, riprendono le fitte acutissime.
Poi gli inchiodano i piedi.
È mezzogiorno.
Gesù ha sete. Non ha bevuto dalla sera precedente.
Il volto oramai è tirato, è una maschera di sangue.
La bocca è semiaperta.
La gola è secca, gli brucia, ma non può deglutire.
Un soldato gli tende una spugna intrisa di una bevanda acidula in uso tra i militari.
Atrocità su atrocità.
I muscoli delle braccia ora si irrigidiscono sempre di più, sono contratti.
Deltoidi, bicipiti sono tesi.
Le dita delle mani s’incurvano.
Son gli stessi sintomi di un malato di tetano, in preda a quelle orribili crisi.
È ciò che i medici chiamano tetanìa”: i crampi si generalizzano in tutto il corpo, i muscoli dell’addome si irrigidiscono, poi quelli intercostali, quelli del collo. Intervengono quindi difficoltà nella respirazione e deglutizione.
Il respiro a poco a poco si fa sempre più corto.
L’aria entra con un sibilo ma non riesce più a uscire.
Il crocefisso può (a malapena!) inspirare ma non riesce a espirare!
Gesù può respirare solo con l’apice dei polmoni.
Ha sete d’aria come un asmatico in piena crisi.
Il volto è pallido. A poco a poco diventa rosso, poi violetto, purpureo infine cianotico.
Gesù soffoca.
I polmoni son gonfi d’aria ma non riescono a svuotarsi.
La fronte imperlata di sudore. Gli occhi stanno per uscire dalle orbite.
Tutto questo provoca un dolore martellante.
Lentamente, con un ultimo sforzo, sovrumano, facendo forza sul chiodo dei piedi, cerca di tirarsi su con piccoli movimenti.
Fa leva su un chiodo che trapassa entrambi i piedi; e sfrega il dorso già martoriato sulla superficie della croce, non certo levigata!
Comunque così facendo allevia la trazione delle braccia.
I muscoli del torace si distendono permettendo una respirazione più ampia e profonda.
I polmoni riescono a svuotarsi.
Il viso riacquista quel pallore primitivo.
Ma questo sforzo dolorosissimo a che serve? Gesù vuole altro fiato per parlare.
Deve dire «Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno!»
Ma quella posizione non può essere mantenuta a lungo. Il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l’asfissia riprende.
Gesù ogni volta che vuole parlare deve sottoporsi a questa pratica: sollevarsi appoggiandosi sui chiodi dei piedi. E sono state tramandate sette frasi pronunciate da Gesù sulla croce.
Inimmaginabile.
Sciami di mosche, verdi e blu, come nei mattatoi, ronzano attorno al suo corpo.
Ma lui non può neppure scacciarle.
Il cielo si oscura. Il sole si nasconde e la temperatura si abbassa.
Sono le tre del pomeriggio.
Gesù di quando in quando si risolleva per respirare.
Una tortura che dura tre lunghissime interminabili ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l’asfissia, i nervi mediani che vibrano ora gli hanno strappato un lamento: «Eloì, Eloì, lamma sabactani??».
Poi l’ultimo fiato nei polmoni per dire «tutto è compiuto! Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito!!».
...detto questo spirò!


martedì 15 aprile 2014

MENÙ DI PASQUA: AGNELLO, PATATE E …BUFALE.

Puntuali come le vespe nei pic-nic, anche quest'anno, in prossimità della Santa Pasqua, spuntano gli appelli contro uso degli agnelli sulla tavola nel pranzo pasquale.
E c’è chi vuole -come l'ex ministro Michela Vittoria Brambilla- fare una legge per vietare l’uccisione di “cuccioli di animali”... Quest’anno addirittura c’è chi ha voluto rifilare la bufala coinvolgendo il Santo Padre, papa Francesco, e facendo credere che avrebbe invitato i fedeli "ad evitare la carne d'agnello e/o capretto e scegliere invece un menù alternativo".
Ma il Papa, tra le numerose omelie, non ha mai detto quelle parole
e ...io sfido chiunque ad indicarmi in quale occasione Sua Santità abbia proferito queste parole.

Inoltre, a proposito di San Francesco d’Assisi, al quale il Santo Padre si è ispirato per il Suo nome papale, le cronache ufficiali riportano questo interessante racconto:
«Un giorno i frati discutevano assieme a Francesco se dovesse essere mantenuto l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno».
Pertanto, evitiamo questi patetici appelli ridondanti di demagogia.
Buona Pasqua a tutti.

venerdì 22 novembre 2013

Un comunicato di allerta via fax di domenica? Geniale!!!


 Tutti pronti sui media a criticare il capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli che -stanco vedere additato come unico colpevole il Dipartimento da lui gestito- si rivolge alle istituzioni locali per non aver saputo gestire «l’allerta» lanciato per tempo.
T
utti pronti sui social networks a liberare tutto il veleno che si ha in corpo, offendendo –travisandone le parole e distorcendone il senso– l’eurodeputato Lara Comi che in una trasmissione tv ha posto la questione che occorre anche avere «un’educazione alla prevenzione», riferendosi a coloro che hanno concesso l’abitabilità ad uno scantinato come quello dove è morta un’intera famiglia di quattro persone a Olbia.
T
utte le volte la stessa storia: dopo un disastro ambientale, terremoto, alluvione, slavina, smottamento, anche stavolta è subito cominciato il solito, insulso e becero baillame di scaricabarile istituzionale, per lanciare un po' di quel fango, che ha intasato le vie e fatto crollare le strade, addosso all'altro ufficio!!
Tutte le volte la stessa identica storia! 
Come ci spiega oggi Cristiano Gatti su “ilGiornale” (www.ilgiornale.it/news/interni/sardegna-tragedia-lallarme-dato-fax-969692.html)
Quod erat demonstrandum!
Poi si scopre che l'allarme per l’emergenza meteo è stato inviato via fax agli uffici comunali competenti di domenica, quando erano ovviamente chiusi.
Geniale vero?


Anche un bambino di 10 anni sarebbe arrivato a capire che mandare un fax di domenica in un ufficio per una comunicazione urgente sarebbe quanto mai inutile. Da dementi.Poi si scopre anche che a Olbia in quarant'anni ci son stati ventuno condoni edilizi, in media uno ogni due anni…

E una deduzione balugina nelle nostre menti: com’è possibile che i ponti costruiti dagli ingegneri dell’Impero Romano resistano dopo duemila anni a queste tragedie, e invece un ponte inaugurato due anni fa -costruito dai super esperti ingegneri di questa epoca- si sia sbriciolato come un castello di sabbia sotto l’impeto di un’onda di fine estate.
E nel frattempo la mia amata terra è stata stravolta, devastata e offesa dalla violenza di una terribile alluvione. Ma violentata soprattutto dalla sventataggine di molti burocrati.
E sedici –dico sedici!!– tra uomini, donne, anziani e bambini, son stati tragicamente immolati a queste sbadataggini burocratiche…

  E non solo!!
Anche dopo la tragedia le istituzioni anche stavolta si sono solo sapute dilettare, sprofondate nelle loro poltrone morbide, nell’elaborare toccanti comunicati-stampa in cui esprimono il loro dolore… ma l’unica vera solidarietà è quella dei singoli eroi e di quei tanti volontari intenti a spalare il fango per le strade di Olbia o Torpè o Posada…

domenica 17 novembre 2013

«ludopatia» o «pecuniopatia»?


Nel turbinìo dei neologismi, ultimamente ha fatto ingresso il termine “ludopatia” ovvero il gioco d'azzardo patologico.
Classificato come un disturbo del comportamento che, rientrerebbe nella categoria diagnostica dei “Disturbi del controllo degli impulsi” secondo la classificazione del DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IV edizione).
Il giocatore patologico «mostra una crescente dipendenza nei confronti del gioco d'azzardo, aumentando la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma spesa nell'apparente tentativo di recuperare le perdite, investendo più delle proprie possibilità economiche (facendosi prestare i soldi) e trascurando gli impegni che la vita gli richiede».
Di storie di giocatori che … hanno perduto persino le mutande (oltre che la casa o la moglie) nei casinò ne son pieni i giornali fin dall’alba dei tempi…
Dove sta dunque la novità?
Io mi domando però l’effettiva correttezza terminologica di “ludopatia”, ovvero gioco patologico.  Son davvero attratti dal gioco o forse più dall’eventuale (molto remoto) guadagno che dal gioco si spera di ottenere?
Allora non sarebbe più corretto “crometopatia” o “plutopatia” o “pecuniopatia” ovvero attaccamento patologico verso i soldi o la ricchezza?
È il gioco in sé che li attrae o la speranza (mal riposta?) di ottenere un piccolo guadagno?
A questo proposito mi è balzata alla mente una deduzione che feci tanto tempo fa: la società moderna occidentale ha perso il “gusto di giocare” cogliendo nel gioco null’altro che … il piacere ludico.
L’Occidente nella lenta, banale, asfittica, grigia ed estenuante agonia in cui versa, dove cerca una salvezza?  
Nella tecnologia?
Nel sesso selvaggio?
Nella meditazione trascendentale? 
Nella politica?   
Nella rivoluzione o nelle riforme?   
Nei mondi virtuali?     
Friedrich George Junger (1898-1977) fratello minore del più famoso Ernst(1895-1998) indica in un libro edito nel 1953 la strada giusta nel gioco.
È una ri­cetta “ispirata” da Schiller e ripresa da tutti quei maestri del “pessimismo culturale”, come Schope­nhauer, Nietzsche, Rilke, Spengler e Benn, ai quali Junger si collega.
È passato più di mezzo secolo, ma quel libro è più valido che mai: le intui­zioni dell’autore sono state confermate, purtroppo, “ad abundantiam”: una civiltà che non sa più giocare, è condannata alla decadenza. 
Il gioco, infatti, è una parte in­tegrale della festa e la sua ciclicità attribuisce un senso cosmico e antropologico alle ricorrenze dell’anno. 
La festa è il giorno in cui non si lavora, ma si gioca, è il tempo libero che consente l’espressione gioiosa della personalità.   
Oramai –infatti–  abbiamo perduto il senso del “giorno di festa”. 
La dimostrazione è –ad esempio! – il fatto che anche la domenica, giorno di festa per eccellenza, troviamo i centri commerciali aperti…
La nostra è una civiltà che valuta il progresso del paese dal punto di vista dell’in­cremento della produttività lavorativa, in nome della quale, la domenica restano aperti i megastores, secondo l'imper­ativo del consumismo “com­pra e fuggi”, ha reso la questione difficilmente comprensi­bile. 
In parallelo col famosissimo scienziato Carlo Linneo che definì l’uomo “sa­piens”, in base alla sua gran­dezza in quanto “pensante” «quando si stacca dall’utile e diviene “speculazio­ne”»;
con Bergson che lo definì “fa­ber”, perché «fabbrica il mondo con la scienza e la tecnica», per Junger la grandezza del­l’uomo è soprattutto nel gio­co, infatti lo defisce “homo ludens”, come aveva detto poco prima di lui lo storico olandese Huizinga.

Il gioco, infatti, è una attività che ha in sè stessa, il suo fine, dunque una attività libera, a differenza del lavoro che ha il suo fine fuori di sè. 
Ecco perché non può essere definita il gioco d’azzardo patologico non è e non può essere “ludopatia”. Qui infatti il “gioco” non è un’attivita libera ma ha un fine, uno scopo: il guadagno.
E sbaglia chi contrappone la serietà (del lavoro) al gioco.
Giovanni Pascoli parla di «gioco serio al pari del la­voro»!
In realtà il vero gioco è molto più serio del lavoro.
I sociologi della nostra ci­viltà la definiscono anche “ludica”, cioè una civiltà dove il “ludus” è prevalente sul lavoro. E per certi aspetti tutto sembra, oggi, un gioco.
Gioco la politica, gioco la scuola, gioco gli audiovisivi, gioco le lotterie in numero sempre crescente.
Gioco l’amore, sia quello reale, che quello virtuale; gioco l’evasione chimica …in un’“altro mondo”.
Gioco la discoteca, gioco lo sport, il casinò e le corse dei cavalli.   Segno che l'uomo senza gioco non può vivere.

Ma poi talvolta proprio il gioco non lo è realmente.
Basterebbe pensare allo sport, che con lo spirito religioso di Olimpia oramai non ha più molto in comune e si è trasformato fu industria e spettacolo. 
Si pensi alla caccia: un gioco da sempre, dato che l’uomo, a differenza dell’ani­male, la esercitava senza motivi di utilità, spesso in collega­mento con la religione.
Ma oggi è sempre meno gioco: le armi della caccia, dal me­dioevo a oggi, si sono a tal punto perfezionate, da eliminare ogni rischio.
Quindi tutto diventa gioco… tranne il gioco.
La crisi della civiltà occi­dentale, nonostante la sua ricchezza, le sue perfezioni tecnologiche, appare in tutta evidenza nella sua perdita della capacità del vero senso del giocare, ossia di realizzare nel gioco, il trinomio libertà-legge-piacere.

Eraclito vede­va «nel tempo, il regno di un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera» e il severo e misantropo Nietzsche affermava che «nel gioco, ciò che è inutile, può essere considerato come l’ideale dell’uomo sovraccarico di forza»…

mercoledì 11 settembre 2013

Ognuno ricambia ...come può!

C'era una volta un barbiere che decise di dedicare una settimana all'anno del suo lavoro per le opere di bontà al servizio della comunità.
Una mattina, arrivò un fioraio.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, all'apertura, il barbiere trovò uno splendido mazzo di fiori variopinti. Un biglietto spiegava che il fioraio era grato e voleva ricambiare la generosità del barbiere.


Un'altra mattina, arrivò il verduraio.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, all'apertura, il barbiere trovò uno cesto con frutta di stagione e verdura freschissima. Un biglietto spiegava che il verduraio era rimasto colpito dal gesto del barbiere e, grato, voleva ricambiare la sua generosità.
La mattina successiva, poi, arrivò nel salone del barbiere, il fornaio.
Anche con lui, dopo avergli lavato e tagliato i capelli, al momento di pagare, il barbiere, sfoderò il suo sorriso più smagliante, e, accompagnandolo all'uscita, gli spiegò che era tutto a posto: non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, il barbiere trovò accanto alla saracinesca del suo locale, un enorme cesto con focacce e pane e dolci genuini. In un biglietto il fornaio spiegava che si sentiva in debito e voleva ricambiare la generosità del barbiere.
Infine, una mattina, arrivò nel salone il Signor Sindaco del paese che chiese di lavarei e tagliargli i capelli e accorciare la barba e i baffi. La conclusione fu sempre la stessa. Il barbiere accompagnò il Sindaco alla porta e lo salutò spiegando la sua idea per il benessere della sua piccola comunità.

La mattina successiva, il barbiere era ancora distante dal suo negozio e già vedeva tanta gente sulla via. Davanti all'entrata del salone c'era una fila interminabile con la moglie del Sindaco, i suoi 6 figli, il genero della figlia maggiore, la nuora del suo secondogenito, la suocera e tre cugini pronti per tagliarsi i capelli.
[questa storia è tratta da una favola andalusa del XVI secolo]