Tempo
fa, il prof. Pierre
Barbet, chirurgo dell’Ospedale "Saint Joseph" di Parigi era ospite del card. Eugenio Pacelli in Vaticano, e
gli raccontò che –in base alle sue ricerche– si poteva essere certi che la
morte di Gesù Cristo era avvenuta per “contrazione
tetanica di tutti i muscoli” e poi “per
asfissia”.
E l’allora
card. Pacelli, impallidì di dolore e gli rispose: «Non ne sapevamo nulla;
mai nessuno ce ne aveva fatto parola ».
E poi sussurrò: «è
la conferma che il figlio di Dio patì sulla croce come preannunciato da Lui
stesso ai suoi discepoli sulla via di Emmaus».
Ritornato nel suo studio, il prof. Barbet decise
di stendere un vero e proprio rapporto scritto dal punto di vista medico, della
Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.
«Si tratta –spiega il prof. Barbet– di un argomento il cui pensiero non mi ha mai
abbandonato da più di venti anni, giungendo talvolta sino ad ossessionarmi.
Esiste forse al mondo oggetto di meditazione più importante per l’uomo di
queste sofferenze, in cui si concretizzano due Verità misteriose, le sole che
veramente importino all’uomo, l’Incarnazione e la Redenzione? È necessario e
sufficiente, evidentemente che egli vi aderisca con tutta l’anima sua e ne
tragga lealmente la sua norma di vita. Ma in questo evento unico, che è il
punto culminante della storia umana, il più piccolo particolare acquista, a
mio giudizio, un valore infinito e non dev’essere trascurato anche quando la
concisione degli Evangelisti ci riduce a costruire su basi scientifiche, e non
più scritturali ed ispirate, ipotesi più o meno solide».
«Ecco perché bisogna assolutamente che
noi medici, anatomisti, fisiologi –continua il prof. Barbet– proclamiamo ben alta la terribile verità, affinché la nostra povera scienza non serva soltanto a sollevare i nostri
fratelli, ma anche –missione più grande–
ad illuminarli».
La premessa
conteneva un’avvertenza chiara: «io
sono solo un chirurgo, ho insegnato e in questa “veste” ho passato 17 anni in
mezzo ai cadaveri. Ho avuto quindi modo di studiare e approfondire l’aspetto
anatomico. Posso quindi scrivere su questo tema con competenza e senza
presunzione».
Partiamo dalla
«impressionante» concisione degli Evangelisti: «Pilato, dopo aver fatto
flagellare Gesù, lo consegnò affinché fosse crocifisso [...] Ed essi lo crocifissero».
Queste due
frasi, ogni cristiano, per poco che conosca la liturgia, le sente ripetere
ogni anno quattro volte nella Settimana Santa, in forme di poco diverse.
Nei riti si
odono le urla della folla ebrea, le parole gravi del Salvatore, ma lo spirito
non ha il tempo e modo di poter soffermarsi sulle spaventose sofferenze
racchiuse in quelle frasi…
Certamente gli
Evangelisti non avevano alcun bisogno di dare maggiori schiarimenti.
Per i
cristiani dell’epoca queste due parole «flagellazione, crocifissione» avevano
una potenza evocatrice della massima efficacia perché ne conoscevano il
significato, per esperienza visiva
diretta. Diverso per noi e per i nostri sacerdoti: questo non significa
quasi nulla!! Sì, abbiamo un’idea di un supplizio crudele.
Beh, adesso
qualche piccolo flash ce l’ha dato il film “Passion” del regista Mel
Gibson. Quelle immagini dure e crude di ciò che è avvenuto non hanno
lasciato gli spettatori freddi…
Certo, ogni
volta che assistiamo ad una Via Crucis, non potremmo non lasciarci trascinare
da una terribile tentazione di suggerire alla nostra mente quelle immagini per
riuscire solo ad immaginare quanto Gesù abbia sofferto e come abbia sofferto!
L’evangelista
Luca ci dice che «Gesù
entrò in agonìa nell’orto del Getsemani mentre pregava intensamente. Ed emise
un sudore misto a gocce di sangue che cadevano fin a terra».
Il prof.
Barbet fa notare un particolare: non è un caso se questo fatto è stato
riportato solo da Luca: egli era un
medico. E infatti lo fa con la precisione e la competenza di un addetto ai
lavori.
Il “sudar sangue” o “ematoidròsi”,
è un fenomeno medico rarissimo, ma già noto a quei tempi.
Avviene in
situazioni estreme: a provocarlo è la spossatezza fisica unita da una violenta
scossa morale causata da una profonda emozione o paura.
Il terrore,
lo spavento, l’angoscia possono produrre la rottura di vasi capillari che si
trovano nelle vicinanze delle ghiandole sudoripare. Il sangue si mescola al
sudore e affiora sulla pelle.
Sappiamo
bene com’è avvenuto il processo-farsa a Gesù organizzato e messo in scena dal
Sinedrio ebraico, l’invio di Gesù a Ponzio Pilato, lo “sballottare” la vittima tra il procuratore romano ed Erode.
Pilato cede
e decide di far flagellare il condannato.
I soldati
spogliano Gesù e lo legano per i polsi ad una colonna dell’atrio.
La
flagellazione consiste nell’essere colpiti con delle strisce di cuoio intrecciate su cui sono fissate due palle di piombo
e degli ossicini.
Le tracce
evidenti possiamo riscontrarle nella Sindone: la gran parte delle sferzate le
troviamo sulle spalle, sulla schiena, nella regione lombare e sul petto.
I carnefici
furono due: uno da ciascun lato ma di differente corporatura.
La pelle,
già alterata da milioni di microscopiche emorragie effetto dell’"ematoidròsi”,si lacera e si spacca e il
sangue zampilla.
E ad ogni
staffilata il corpo di Gesù viene attraversato da un soprassalto di dolore.
Le forze
oramai vengono meno, il sudore freddo gli imperla la fronte, la testa comincia
a girare con vertigini e nausea, i brividi gli corrono lungo la schiena.
Crollerebbe
in una pozza di sangue se non fosse stato legato in alto con i polsi.
Poi lo
scherno dell’incoronazione: intrecciano una “corona”
con lunghissime e durissime spine, più dure di quelle dell’acacia che penetrano
nel cuoio capelluto (che è una
zona molto vascolarizzata che quindi sanguina copiosamente).
Dall’analisi
della Sindone riscontriamo un forte
colpo di bastone sulla guancia destra che lascia una piaga lacero-contusa,
il naso deformato da frattura nell’ala
cartilaginea.
Ponzio
Pilato presenta alla folla inferocita quell’uomo e lo consegna alla crocifissione.
Caricano
sulle spalle di Gesù il braccio orizzontale della croce che pesa una cinquantina di kg.
Gesù
cammina a piedi scalzi in un sentiero, lungo circa 600m. è cosparso di
ciottoli e spesso cade sulle ginocchia.
Le spalle
di Gesù sono già ricoperte di piaghe e quella trave gli scortica ulteriormente
la pelle del dorso.
Arrivati
sul monte Calvario, ha inizio la Crocifissione.
I soldati
spogliano Gesù. La sua tunica è incollata alla pelle delle spalle.
Ogni filo di
stoffa aderisce al tessuto della carne viva. Levando la tunica (e
i carnefici non hanno certo usato pietà e delicatezza!) si
lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe.
Avete mai
provato a staccare la garza di una medicazione su una ferita? Non avete sofferto? Non per nulla quest’operazione –talvolta– richiede di
anestetizzare localmente la zona.
I carnefici
invece danno uno strappo violento.
Talvolta
capita che quel dolore atroce possa provocare una sincope!
E il sangue
ricomincia a scorrere.
Gesù viene steso
sul dorso e le piaghe si mischiano alla ghiaia e alla polvere.
Gli
aguzzini prendono le misure: un giro di succhiello nel legno per facilitare la
penetrazione dei chiodi.
Un
supplizio aggiunto al supplizio.
Il
carnefice prende un chiodo (lungo, appuntito e quadrato) e lo appoggia sul
polso di Gesù e con un colpo netto di martello lo pianta saldamente nel legno.
Seguono
altri colpi.
Il nervo
mediano è stato leso: in quell’istante il pollice di Gesù, con uno scatto, si è
messo in opposizione nel palmo della mano.
Un dolore
lancinante, acutissimo, diffuso nelle dita che –come una lingua di fuoco– raggiunge
la spalla e folgora il cervello.
Quando
viene leso un fascio di nervi si prova il
dolore più insopportabile che si possa provare! Qualche volta si perde
conoscenza! Ma Gesù non perde conoscenza! Il nervo è stato solo sfilacciato. Il
tronco di nervi resta quindi a contatto con il chiodo. Quando poi resterà
sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino
sul ponticello. E ogni scossa, ogni movimento, provocherà dolori strazianti.
E tutto
questo durerà tre lunghissime ore!
Ovvio che
anche per l’altro braccio si ripeteranno gli stessi atroci dolori.
I carnefici
impugnano le estremità della croce, sollevano Gesù, poi facendolo
indietreggiare lo addossano al palo verticale.
Le spalle
della vittima hanno strisciato sul legno ruvido.
La testa di
Gesù è reclinata in avanti per evitare di toccare il legno con la corona di
spine.
Quando
prova a sollevare la testa, riprendono le fitte acutissime.
Poi gli
inchiodano i piedi.
È mezzogiorno.
Gesù ha
sete. Non ha bevuto dalla sera precedente.
Il volto
oramai è tirato, è una maschera di sangue.
La bocca è
semiaperta.
La gola è
secca, gli brucia, ma non può deglutire.
Un soldato
gli tende una spugna intrisa di una bevanda acidula in uso tra i militari.
Atrocità su
atrocità.
I muscoli
delle braccia ora si irrigidiscono sempre di più, sono contratti.
Deltoidi,
bicipiti sono tesi.
Le dita
delle mani s’incurvano.
Son gli
stessi sintomi di un malato di tetano, in preda a quelle orribili crisi.
È ciò che i
medici chiamano “tetanìa”: i crampi si generalizzano in tutto il corpo, i
muscoli dell’addome si irrigidiscono, poi quelli intercostali, quelli del
collo. Intervengono quindi difficoltà nella respirazione e deglutizione.
Il respiro
a poco a poco si fa sempre più corto.
L’aria
entra con un sibilo ma non riesce più a uscire.
Il
crocefisso può (a malapena!)
inspirare ma non riesce a espirare!
Gesù può
respirare solo con l’apice dei polmoni.
Ha sete d’aria
come un asmatico in piena crisi.
Il volto è
pallido. A poco a poco diventa rosso, poi violetto, purpureo infine cianotico.
Gesù
soffoca.
I polmoni
son gonfi d’aria ma non riescono a svuotarsi.
La fronte
imperlata di sudore. Gli occhi stanno per uscire dalle orbite.
Tutto
questo provoca un dolore martellante.
Lentamente,
con un ultimo sforzo, sovrumano, facendo forza sul chiodo dei piedi, cerca di
tirarsi su con piccoli movimenti.
Fa
leva su un chiodo che trapassa entrambi i piedi; e sfrega il dorso già
martoriato sulla superficie della croce, non certo levigata!
Comunque
così facendo allevia la trazione delle braccia.
I muscoli
del torace si distendono permettendo una respirazione più ampia e profonda.
I polmoni
riescono a svuotarsi.
Il viso
riacquista quel pallore primitivo.
Ma questo
sforzo dolorosissimo a che serve? Gesù vuole altro fiato per parlare.
Deve dire «Padre,
perdona loro: non sanno quello che fanno!»
Ma quella
posizione non può essere mantenuta a lungo. Il corpo ricomincia ad afflosciarsi
e l’asfissia riprende.
Gesù ogni
volta che vuole parlare deve sottoporsi a questa pratica: sollevarsi
appoggiandosi sui chiodi dei piedi. E sono state tramandate sette frasi pronunciate
da Gesù sulla croce.
Inimmaginabile.
Sciami di
mosche, verdi e blu, come nei mattatoi, ronzano attorno al suo corpo.
Ma lui non
può neppure scacciarle.
Il cielo si
oscura. Il sole si nasconde e la temperatura si abbassa.
Sono le tre del pomeriggio.
Gesù di
quando in quando si risolleva per respirare.
Una tortura
che dura tre lunghissime interminabili
ore.
Tutti i
suoi dolori, la sete, i crampi, l’asfissia, i nervi mediani che vibrano ora gli
hanno strappato un lamento: «Eloì, Eloì, lamma sabactani??».
Poi l’ultimo
fiato nei polmoni per dire «tutto
è compiuto! Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito!!».
...detto
questo spirò!
venerdì 18 aprile 2014
UN MEDICO DESCRIVE LA PASSIONE DI GESÙ CRISTO
martedì 15 aprile 2014
MENÙ DI PASQUA: AGNELLO, PATATE E …BUFALE.
Puntuali come
le vespe nei pic-nic, anche quest'anno, in prossimità della Santa Pasqua, spuntano gli appelli
contro uso degli agnelli sulla tavola nel pranzo pasquale.
E c’è chi vuole -come l'ex ministro Michela Vittoria Brambilla- fare
una legge per vietare l’uccisione di “cuccioli di animali”... Quest’anno
addirittura c’è chi ha voluto rifilare la bufala coinvolgendo il Santo Padre,
papa Francesco, e facendo credere che avrebbe invitato i fedeli "ad evitare la carne d'agnello e/o
capretto e scegliere invece un menù alternativo".
Ma il Papa, tra le numerose omelie, non ha mai detto quelle parole e ...io sfido chiunque ad indicarmi in quale occasione Sua Santità abbia proferito queste parole.
Inoltre, a proposito di San Francesco d’Assisi, al quale il Santo Padre si è ispirato per il Suo nome papale, le cronache ufficiali riportano questo interessante racconto:
Ma il Papa, tra le numerose omelie, non ha mai detto quelle parole e ...io sfido chiunque ad indicarmi in quale occasione Sua Santità abbia proferito queste parole.
Inoltre, a proposito di San Francesco d’Assisi, al quale il Santo Padre si è ispirato per il Suo nome papale, le cronache ufficiali riportano questo interessante racconto:
«Un
giorno i frati discutevano assieme a Francesco se dovesse essere mantenuto l’obbligo di non
mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco
rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in
cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri
mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati
all’esterno».
Pertanto, evitiamo questi patetici appelli ridondanti di demagogia.
Pertanto, evitiamo questi patetici appelli ridondanti di demagogia.
Buona
Pasqua a tutti.
venerdì 22 novembre 2013
Un comunicato di allerta via fax di domenica? Geniale!!!
Tutti pronti sui media a criticare il capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli che -stanco vedere additato come unico colpevole il Dipartimento da lui gestito- si rivolge alle istituzioni locali per non aver saputo gestire «l’allerta» lanciato per tempo.
Tutti pronti sui social networks a liberare tutto il veleno che si ha in corpo, offendendo –travisandone le parole e distorcendone il senso– l’eurodeputato Lara Comi che in una trasmissione tv ha posto la questione che occorre anche avere «un’educazione alla prevenzione», riferendosi a coloro che hanno concesso l’abitabilità ad uno scantinato come quello dove è morta un’intera famiglia di quattro persone a Olbia.
Tutte le volte la stessa storia: dopo un disastro ambientale, terremoto, alluvione, slavina, smottamento, anche stavolta è subito cominciato il solito, insulso e becero baillame di scaricabarile istituzionale, per lanciare un po' di quel fango, che ha intasato le vie e fatto crollare le strade, addosso all'altro ufficio!!
Tutte le volte la stessa identica storia! Come ci spiega oggi Cristiano Gatti su “ilGiornale” (www.ilgiornale.it/news/interni/sardegna-tragedia-lallarme-dato-fax-969692.html)
Quod erat demonstrandum!
Poi si scopre che l'allarme per l’emergenza meteo è stato inviato via fax agli uffici comunali competenti di domenica, quando erano ovviamente chiusi.
Geniale vero?
Anche un bambino di 10 anni sarebbe arrivato a capire che mandare un fax di domenica in un ufficio per una comunicazione urgente sarebbe quanto mai inutile. Da dementi.Poi si scopre anche che a Olbia in quarant'anni ci son stati ventuno condoni edilizi, in media uno ogni due anni…
E una deduzione balugina nelle nostre menti: com’è possibile che i ponti costruiti dagli ingegneri dell’Impero Romano resistano dopo duemila anni a queste tragedie, e invece un ponte inaugurato due anni fa -costruito dai super esperti ingegneri di questa epoca- si sia sbriciolato come un castello di sabbia sotto l’impeto di un’onda di fine estate.E nel frattempo la mia amata terra è stata stravolta, devastata e offesa dalla violenza di una terribile alluvione. Ma violentata soprattutto dalla sventataggine di molti burocrati.
E sedici –dico sedici!!– tra uomini, donne, anziani e bambini, son stati tragicamente immolati a queste sbadataggini burocratiche…
E non solo!!
Anche dopo la tragedia le istituzioni anche stavolta si sono solo sapute dilettare, sprofondate nelle loro poltrone morbide, nell’elaborare toccanti comunicati-stampa in cui esprimono il loro dolore… ma l’unica vera solidarietà è quella dei singoli eroi e di quei tanti volontari intenti a spalare il fango per le strade di Olbia o Torpè o Posada…
Anche dopo la tragedia le istituzioni anche stavolta si sono solo sapute dilettare, sprofondate nelle loro poltrone morbide, nell’elaborare toccanti comunicati-stampa in cui esprimono il loro dolore… ma l’unica vera solidarietà è quella dei singoli eroi e di quei tanti volontari intenti a spalare il fango per le strade di Olbia o Torpè o Posada…
domenica 17 novembre 2013
«ludopatia» o «pecuniopatia»?
Nel turbinìo dei neologismi, ultimamente ha fatto ingresso
il termine “ludopatia” ovvero il
gioco d'azzardo patologico.
Classificato
come un disturbo del comportamento che, rientrerebbe nella categoria diagnostica
dei “Disturbi del controllo degli impulsi” secondo la classificazione del DSM-IV
(Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IV edizione).
Il
giocatore patologico «mostra una crescente dipendenza nei confronti del gioco
d'azzardo, aumentando la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare,
la somma spesa nell'apparente tentativo di recuperare le perdite, investendo
più delle proprie possibilità economiche (facendosi prestare i soldi) e
trascurando gli impegni che la vita gli richiede».Di storie di giocatori che … hanno perduto persino le mutande (oltre che la casa o la moglie) nei casinò ne son pieni i giornali fin dall’alba dei tempi…
Dove sta dunque la novità?
Io mi domando però l’effettiva correttezza terminologica di “ludopatia”, ovvero gioco patologico. Son davvero attratti dal gioco o forse più dall’eventuale (molto remoto) guadagno che dal gioco si spera di ottenere?
Allora non sarebbe più corretto “crometopatia” o “plutopatia” o “pecuniopatia” ovvero attaccamento patologico verso i soldi o la ricchezza?
È il gioco in sé che li attrae o la speranza (mal riposta?) di ottenere un piccolo guadagno?
A questo proposito mi è balzata
alla mente una deduzione che feci tanto tempo fa: la società moderna
occidentale ha perso il “gusto di giocare” cogliendo nel gioco null’altro che …
il piacere ludico.L’Occidente nella lenta, banale, asfittica, grigia ed estenuante agonia in cui versa, dove cerca una salvezza?
Nella tecnologia?
Nel sesso selvaggio?
Nella meditazione trascendentale?
Nella politica?
Nella rivoluzione o nelle riforme?
Nei mondi virtuali?
Friedrich George Junger (1898-1977) fratello minore del più famoso Ernst(1895-1998) indica in un libro edito nel 1953 la strada giusta nel gioco.
È una ricetta “ispirata” da Schiller e ripresa da tutti quei maestri del “pessimismo culturale”, come Schopenhauer, Nietzsche, Rilke, Spengler e Benn, ai quali Junger si collega.
È passato più di mezzo secolo, ma quel libro è più valido che mai: le intuizioni dell’autore sono state confermate, purtroppo, “ad abundantiam”: una civiltà che non sa più giocare, è condannata alla decadenza.
Il gioco, infatti, è una parte integrale della festa e la sua ciclicità attribuisce un senso cosmico e antropologico alle ricorrenze dell’anno.
La festa è il giorno in cui non si lavora, ma si gioca, è il tempo libero che consente l’espressione gioiosa della personalità.
Oramai –infatti– abbiamo perduto il senso del “giorno di festa”.
La dimostrazione è –ad esempio! – il fatto che anche la domenica, giorno di festa per eccellenza, troviamo i centri commerciali aperti…
La nostra è una civiltà che valuta il progresso del paese dal punto di vista dell’incremento della produttività lavorativa, in nome della quale, la domenica restano aperti i megastores, secondo l'imperativo del consumismo “compra e fuggi”, ha reso la questione difficilmente comprensibile.
In parallelo col famosissimo scienziato Carlo Linneo che definì l’uomo “sapiens”, in base alla sua grandezza in quanto “pensante” «quando si stacca dall’utile e diviene “speculazione”»;
con Bergson che lo definì “faber”, perché «fabbrica il mondo con la scienza e la tecnica», per Junger la grandezza dell’uomo è soprattutto nel gioco, infatti lo defisce “homo ludens”, come aveva detto poco prima di lui lo storico olandese Huizinga.
Il gioco, infatti, è una
attività che ha in sè stessa, il suo fine, dunque una attività libera, a
differenza del lavoro che ha il suo fine fuori di sè. Ecco perché non può essere definita il gioco d’azzardo patologico non è e non può essere “ludopatia”. Qui infatti il “gioco” non è un’attivita libera ma ha un fine, uno scopo: il guadagno.
E sbaglia chi contrappone la serietà (del lavoro) al gioco.
Giovanni Pascoli parla di «gioco serio al pari del lavoro»!
In realtà il vero gioco è molto più serio del lavoro.
I sociologi della nostra civiltà la definiscono anche “ludica”, cioè una civiltà dove il “ludus” è prevalente sul lavoro. E per certi aspetti tutto sembra, oggi, un gioco.
Gioco la politica, gioco la scuola, gioco gli audiovisivi, gioco le lotterie in numero sempre crescente.
Gioco l’amore, sia quello reale, che quello virtuale; gioco l’evasione chimica …in un’“altro mondo”.
Gioco la discoteca, gioco lo sport, il casinò e le corse dei cavalli. Segno che l'uomo senza gioco non può vivere.
Ma poi talvolta proprio il gioco non lo è realmente.
Basterebbe pensare allo sport, che con lo spirito religioso di Olimpia oramai non ha più molto in comune e si è trasformato fu industria e spettacolo.
Si pensi alla caccia: un gioco da sempre, dato che l’uomo, a differenza dell’animale, la esercitava senza motivi di utilità, spesso in collegamento con la religione.
Ma oggi è sempre meno gioco: le armi della caccia, dal medioevo a oggi, si sono a tal punto perfezionate, da eliminare ogni rischio.
Quindi tutto diventa gioco… tranne il gioco.
La crisi della civiltà occidentale,
nonostante la sua ricchezza, le sue perfezioni tecnologiche, appare in tutta
evidenza nella sua perdita della capacità del vero senso del giocare, ossia di realizzare nel gioco, il trinomio
libertà-legge-piacere. Eraclito vedeva «nel tempo, il regno di un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera» e il severo e misantropo Nietzsche affermava che «nel gioco, ciò che è inutile, può essere considerato come l’ideale dell’uomo sovraccarico di forza»…
mercoledì 11 settembre 2013
Ognuno ricambia ...come può!
C'era una volta un barbiere che decise di dedicare una settimana all'anno del suo lavoro per le opere di bontà al servizio della comunità.
Una mattina, arrivò un fioraio.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, all'apertura, il barbiere trovò uno splendido mazzo di fiori variopinti. Un biglietto spiegava che il fioraio era grato e voleva ricambiare la generosità del barbiere.
Un'altra mattina, arrivò il verduraio.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
Al momento di pagare, il barbiere, con un sorriso smagliante, lo accompagnò all'uscita e spiegò che era tutto a posto. Non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, all'apertura, il barbiere trovò uno cesto con frutta di stagione e verdura freschissima. Un biglietto spiegava che il verduraio era rimasto colpito dal gesto del barbiere e, grato, voleva ricambiare la sua generosità.
La mattina successiva, poi, arrivò nel salone del barbiere, il fornaio.
Anche con lui, dopo avergli lavato e tagliato i capelli, al momento di pagare, il barbiere, sfoderò il suo sorriso più smagliante, e, accompagnandolo all'uscita, gli spiegò che era tutto a posto: non doveva pagare nulla, poichè in quella settimana, aveva deciso di lavorare per il benessere della comunità.
La mattina successiva, il barbiere trovò accanto alla saracinesca del suo locale, un enorme cesto con focacce e pane e dolci genuini. In un biglietto il fornaio spiegava che si sentiva in debito e voleva ricambiare la generosità del barbiere.
Infine, una mattina, arrivò nel salone il Signor Sindaco del paese che chiese di lavarei e tagliargli i capelli e accorciare la barba e i baffi. La conclusione fu sempre la stessa. Il barbiere accompagnò il Sindaco alla porta e lo salutò spiegando la sua idea per il benessere della sua piccola comunità.
La mattina successiva, il barbiere era ancora distante dal suo negozio e già vedeva tanta gente sulla via. Davanti all'entrata del salone c'era una fila interminabile con la moglie del Sindaco, i suoi 6 figli, il genero della figlia maggiore, la nuora del suo secondogenito, la suocera e tre cugini pronti per tagliarsi i capelli.
La mattina successiva, il barbiere era ancora distante dal suo negozio e già vedeva tanta gente sulla via. Davanti all'entrata del salone c'era una fila interminabile con la moglie del Sindaco, i suoi 6 figli, il genero della figlia maggiore, la nuora del suo secondogenito, la suocera e tre cugini pronti per tagliarsi i capelli.
[questa storia è tratta da una favola andalusa del XVI secolo]
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mercoledì 5 giugno 2013
LUSSO E MADE IN ITALY: un tesoro prezioso gettato via!!
Un recente studio
statistico ha evidenziato che il marchio “Made in Italy” è il più noto e
apprezzato al mondo dopo quelli della Coca-Cola e della Visa!
In questa speciale classifica, risulta il ..."number one" al mondo in quanto identificatore di Paese.
E se per la tecnologia ci si affida a occhi chiusi al “made in Japan”, per lo stile, la classe, lo charme, un solo nome risuona all'unisono: MADE IN ITALY!
Sull’intero pianeta Terra, da Tokio a Los Angeles, da Stoccolma a Malindi, dire “made in Italy” è una garanzia di qualità.
Dovremmo quindi stendere kilometri di tappeto rosso (pardon “red carpet”!!) per l’unica voce (insieme al turismo!) della nostra economia che continua a far tenere alto il nome della nostra amatissima Patria nel mondo. La moda, le auto di lusso: sono sinonimo della fantasia italiana. Macchè!
Se sei famoso, se sei ricco, devi spiegarci come hai scalato la vetta del successo!!
Ecco infatti che -per fare un esempio recente!- Gaetano
Ruta, pubblico ministero presso il tribunale di Milano, ha chiesto una
condanna a due anni e sei mesi di carcere per gli stilisti Stefano Dolce e
Domenico Gabbana, accusati di omessa dichiarazione dei redditi per non
avere dichiarato tasse sulle royalties per
circa 1 miliardo di euro!
L’avvocato dell’agenzia delle Entrate ha chiesto una provvisionale di 10 milioni di euro per danno all’immagine.

O forse la bella foto in prima pagina nei quotidiani per il procuratore “coraggioso”?
Ci sarebbe da ridere se non fosse tutto così folle.
“Frode fiscale”.
-Bene.
-Bravi.
-Bis.
-Buona idea.
Sbattiamo in galera Dolce&Gabbana. E visto che ci siamo, diamo pure l’azienda in mano a qualche ragioniere nominato dal Tribunale. E passi se “l’azienda” in questione non è il negozietto del verduraio sotto casa ma un brand che il mondo intero ci invidia!).
Il discorso non cambia per molti altri “brand”: Facebook, Microsoft, Twitter, Intel, Paypal e Tesla.
E perché? Semplice: gli americani sanno come difendere il “made in U.S.A.”!
E noi? Con il marchio che il mondo ci invidia che facciamo? Li inseguiamo minacciando la galera.
M a andiamo
oltre.
Il mercato dell'auto di lusso. Per le Highways, nella 5th Avenue, o davanti al “Dolby Theatre” di Hollywood, se non si vuole passare inosservati con quale macchina è bene arrivare? Ferrari? Lamborghini? Maserati? What else?In Europa, il settore dell’auto fa segnare il diciottesimo calo consecutivo (dati diffusi dall’Acea, riguardanti il mese di Marzo 2013).
Dietro questi dati ovviamente si riflettono il prezzo sempre crescente del carburante, le targhe alterne e i livelli di inquinamento eternamente al limite che non fanno altro che aumentare la depressione nel settore automobilistico nella nostra penisola.
Il presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di autoveicoli, Filippo Pavan Bernacchi, ci ricorda però che “lo spauracchio del superbollo e la spettacolarizzazione nei controlli anti-evasione stanno distruggendo un settore, quello delle auto di lusso, che da sempre parla italiano”.
Le scelte intraprese dal Governo hanno letteralmente terrorizzato i potenziali clienti. E chi possiede queste vetture o cerca di sbarazzarsene, soprattutto all’estero, o le tiene in garage per paura di essere fermato e fatto oggetto di indagini plurime…
Rispetto al pari periodo del 2011, Ferrari ha avuto un calo del 51,5% e Maserati, -70%.
E ovviamente sono in agguato le lettere di licenziamento.
Ma licenziare un operaio della Maserati fa meno rumore di uno della Fiat?
Altro che coccolare
gli imprenditori che fanno brillare il nome della nostra nazione.
Loro sono ricchi e non meritano rispetto.
La proprietà è un furto e l’imprenditore è il nostro acerrimo nemico.
Pochi però ricordano che è l’unico datore di lavoro che fa crescere un Paese sempre più succube della sindrome di “tafazzismo”!
In questa speciale classifica, risulta il ..."number one" al mondo in quanto identificatore di Paese.
E se per la tecnologia ci si affida a occhi chiusi al “made in Japan”, per lo stile, la classe, lo charme, un solo nome risuona all'unisono: MADE IN ITALY!
Sull’intero pianeta Terra, da Tokio a Los Angeles, da Stoccolma a Malindi, dire “made in Italy” è una garanzia di qualità.
Dovremmo quindi stendere kilometri di tappeto rosso (pardon “red carpet”!!) per l’unica voce (insieme al turismo!) della nostra economia che continua a far tenere alto il nome della nostra amatissima Patria nel mondo. La moda, le auto di lusso: sono sinonimo della fantasia italiana. Macchè!
Prendete "brand" italianissimi come Buitoni,
Zoppas, Peroni, Algida, Gancia, Star, Valentino, Sanpellegrino, Riso Scotti,
Loro Piana, Pomellato, Safilo, Fendi, Lamborghini.
TELECOM
ora parla spagnolo, ALITALIA è francese, anche la PARMALAT è andata nelle mani
francese, BUITONI invece ha preso la cittadinanza svizzera, le confetture SANTAROSA si son trasferite a fare il breakfast in
Inghilterra, i colossi degli elettrodomestici REX, ZOPPAS, ZANUSSI sono in
Svezia, l’alta moda VALENTINO punta di diamante del made in Italy è emigrata in Qatar, la birra PERONI è nei pub in Sud
Africa, i gelati ALGIDA sono diventati icecreams in Olanda e Inghilterra. In
Russia si brinda con lo spumante GANCIA, e la STAR … è diventata “Estrella” in
Spagna. Le
bibite SAN PELLEGRINO se le son bevute i francesi: ma già dagli anni '80 si sapeva che “C'èst plus facile”…
La GALBANI,
LOCATELLI E INVERNIZZI parlano
fvanscese. (e la mucca Carolina dirà: “pitipitumpà!”).
Il RISO
SCOTTI è stato acquistato per fare la paella in Spagna. I francesi
non hanno voluto rinunciare ai gioielli POMELLATO… In Olanda,
poi con gli occhiali SAFILO hanno saputo vedere lontano.
Ultimamente
si è diffusa in tutta l’Europa la vera e propria caccia all’untore
ricco...
Francia, monsieur
le President, François Gérard Georges
Nicolas Hollande ha deciso di elevare la tassa al 75% sui redditi più alti.
Fu così che molti artisti come Catherine
Deneuve e Gérard Depardieu hanno deciso di espatriare (rispettivamente in Belgio e in Russia)
dove son stati –ovviamente– accolti con tutti gli onori che meritano!
A brevissimo
tempo li seguì Bernard Arnault, che annunciò il suo espatrio. Arnault non è certo un Carneade! Bensì è il manager
di LVMH (ovvero “Louis Vuitton Moët Hennessy S.A.”) un
impero che raggruppa il gotha dei
maggiori brand del lusso nel mondo del calibro di
Hennessy, Krug, Mercier, Moët et Chandon, Dom Pérignon, Veuve Clicquot, Bulgari, De Beers Diamond Jewellers, Dior Watches, TAG Heuer, Hublot, Dior, Louis Vuitton, Fendi, Donna Karan, Givenchy, Kenzo, Loewe, Marc Jacobs, Bvlgari, Parfums Christian
Dior, Guerlain, Parfums Givenchy, Kenzo Parfums, Acqua di Parma (e molti altri marchi prestigiosi!...)Anche in Italia non siamo da meno. Ma in maniera subdola. Noi sguinzagliamo la Guardia di Finanza.Non riusciamo a capire che se ancora il nostro amatissimo (non da tutti!!) Belpaese non affonda, se continua a galleggiare (alla faccia di tutti gli avvoltoi europei che scalpitano che cantarci il “De Profundis”), se ancora lo tricolore ha un suo valore nel mondo è solo per il turismo, lo stile e l’alta moda italiana.
ATTENZIONE!!!
Qui vi chiedo un piccolo stop per chiarire una cosa:
NON INTENDO AVALLARE, GIUSTIFICARE
O INCENTIVARE L’EVASIONE
FISCALE CHE
–RIBADISCO!–
DEVE ESSERE COMBATTUTA DURAMENTE.
Dovremmo
coccolarci gli imprenditori di questo settore! Invece no!
Se sei ricco, sei anche un ladro bastardo, un evasore fiscale che merita anni di galera a pane e acqua.
Se sei ricco, sei anche un ladro bastardo, un evasore fiscale che merita anni di galera a pane e acqua.
(Salvo poi
difendere chi va in giro in centro con un piccone in mano colpendo chicchessia:
questi ultimi hanno sempre giustificazioni socio-economiche-demagogiche…).
Alla base
l’invidia, quella più subdola e bieca, emerge alla grande.Se sei famoso, se sei ricco, devi spiegarci come hai scalato la vetta del successo!!
Ecco infatti che -per fare un esempio recente!- Gaetano
Ruta, pubblico ministero presso il tribunale di Milano, ha chiesto una
condanna a due anni e sei mesi di carcere per gli stilisti Stefano Dolce e
Domenico Gabbana, accusati di omessa dichiarazione dei redditi per non
avere dichiarato tasse sulle royalties per
circa 1 miliardo di euro!L’avvocato dell’agenzia delle Entrate ha chiesto una provvisionale di 10 milioni di euro per danno all’immagine.

Qui sfioriamo il paradosso (o forse
il ridicolo!!).
“Danno all’immagine” di chi?
Dell’Agenzia delle Entrate?
Pertanto deduco che forse in qualche procura c’è chi
ritiene che l’Italia sia famosa nel mondo per la sua “Agenzia delle Entrate”!
Chi riceve un danno maggiore alla
propria immagine a livello mondiale, il “made in Italy” o l’Agenzia
delle Entrate? O forse la bella foto in prima pagina nei quotidiani per il procuratore “coraggioso”?
Ci sarebbe da ridere se non fosse tutto così folle.
“Frode fiscale”.
-Bene.
-Bravi.
-Bis.
-Buona idea.
Sbattiamo in galera Dolce&Gabbana. E visto che ci siamo, diamo pure l’azienda in mano a qualche ragioniere nominato dal Tribunale. E passi se “l’azienda” in questione non è il negozietto del verduraio sotto casa ma un brand che il mondo intero ci invidia!).
Sarebbe un po’
come se ad uno studente che ha la media del “9” un professore appioppasse un “7” in condotta per renderlo più… normale al resto della classe,
accusandolo di aver copiato una volta in un compito!!
Un esempio: la
multinazionale “Apple” a fronte dei suoi 74 miliardi di $ di utili e ha pagato 44
milioni di $ in tasse, ovvero, calcolatrice alla mano!, meno del 3%! (vogliamo ricordare che in Italia, le imposte
per le aziende spesso superano il 60% degli utili?).Il discorso non cambia per molti altri “brand”: Facebook, Microsoft, Twitter, Intel, Paypal e Tesla.
E perché? Semplice: gli americani sanno come difendere il “made in U.S.A.”!
E noi? Con il marchio che il mondo ci invidia che facciamo? Li inseguiamo minacciando la galera.
Il mercato dell'auto di lusso. Per le Highways, nella 5th Avenue, o davanti al “Dolby Theatre” di Hollywood, se non si vuole passare inosservati con quale macchina è bene arrivare? Ferrari? Lamborghini? Maserati? What else?In Europa, il settore dell’auto fa segnare il diciottesimo calo consecutivo (dati diffusi dall’Acea, riguardanti il mese di Marzo 2013).
Dietro questi dati ovviamente si riflettono il prezzo sempre crescente del carburante, le targhe alterne e i livelli di inquinamento eternamente al limite che non fanno altro che aumentare la depressione nel settore automobilistico nella nostra penisola.
Il presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di autoveicoli, Filippo Pavan Bernacchi, ci ricorda però che “lo spauracchio del superbollo e la spettacolarizzazione nei controlli anti-evasione stanno distruggendo un settore, quello delle auto di lusso, che da sempre parla italiano”.
Le scelte intraprese dal Governo hanno letteralmente terrorizzato i potenziali clienti. E chi possiede queste vetture o cerca di sbarazzarsene, soprattutto all’estero, o le tiene in garage per paura di essere fermato e fatto oggetto di indagini plurime…
Rispetto al pari periodo del 2011, Ferrari ha avuto un calo del 51,5% e Maserati, -70%.
E ovviamente sono in agguato le lettere di licenziamento.
Ma licenziare un operaio della Maserati fa meno rumore di uno della Fiat?
Altro che coccolare
gli imprenditori che fanno brillare il nome della nostra nazione. Loro sono ricchi e non meritano rispetto.
La proprietà è un furto e l’imprenditore è il nostro acerrimo nemico.
Pochi però ricordano che è l’unico datore di lavoro che fa crescere un Paese sempre più succube della sindrome di “tafazzismo”!
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domenica 5 maggio 2013
CINQUE MAGGIO
Il cinque maggio è un’ode scritta da Alessandro Manzoni nel 1821, in occasione della morte di Napoleone Bonaparte in esilio sull'isola di Sant'Elena.
Manzoni la scrisse di getto in tre giorni dopo aver appreso le circostanze della morte di Napoleone e vuol mettere in risalto oltre alle battaglie e le imprese dell’ex imperatore la fragilità umana e la misericordia di Dio.
Manzoni restò colpito nel venire a sapere
chedurante l’esilio Napoleone ricevette i sacramenti cristiani. Manzoni
immagina come doveva soffrire Napoleone rinchiuso in quell'isoletta dispersa e
immagina anche come la fede e Dio abbiano avuto compassione nei confronti di
Napoleone.
Ei fu.
Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fè silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo dè manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fè silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo dè manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
Alessandro Manzoni
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venerdì 15 marzo 2013
LE IDI DI MARZO
2054 anni orsono, a Roma, fu commesso uno fra i più orrendi crimini della storia.Il 15 marzo 44 a.C., chiamate secondo il calendario Romano, “le Idi di marzo”, Caio Giulio Cesare venne barbaramente ucciso durante una seduta del Senato di Roma.
Fu assassinato dagli stessi nemici a cui aveva concesso la sua clemenza, da quegli amici a cui aveva concesso sempre onori e gloria e anche da coloro che aveva nominato eredi nel suo testamento.
Il popolo di Roma lo pianse sinceramente.
Presero parte alla congiura più di sessanta persone. A capo ne erano gli ex-pompeiani Caio Cassio, praetor peregrinus, e Marco Bruto, praetor urbanus. Alla congiura aderirono anche alcuni cesariani, tra cui Decimo Bruto, console designato per l'anno seguente, e Trebonio, uno dei migliori generali di Cesare destinato al consolato nel 42.Uma vera imboscata a tradimento!
Cassio era il promotore e il vero capo della congiura. Marco Bruto aderì poco prima dell'assassinio, dando una parvenza di nobiltà all'azione. Infatti Marco Bruto era considerato un filosofo stoico, al di sopra degli interessi venali personali o di classe, benché facesse l'usuraio.
I congiurati furono a lungo incerti se trucidarlo in Campo Marzio mentre faceva l'appello delle tribù in occasione delle votazioni, oppure se aggredirlo sulla via Sacra o all'ingresso del teatro.
Ma quando il Senato venne convocato nella Curia di Pompeo per le Idi di marzo (15 marzo), preferirono quel tempo e quel luogo. I congiurati portarono in Senato delle casse contenenti armi, facendo finta che fossero documenti. Inoltre appostarono un gran numero di gladiatori nel teatro di Pompeo, a poca distanza dalla Curia.
Il giorno delle Idi, Cesare non si sentiva bene. Calpurnia, sua moglie, la notte ebbe dei tristi presentimenti e lo scongiurò di non andare in Senato. Gli indovini avevano fatto dei sacrifici e l'esito era stato sfavorevole.
Cesare pensò anche di mandare Marco Antonio ad annullare la seduta del Senato.
I congiurati inviarono quindi Decimo Bruto per esortare Cesare a presentarsi in Senato e informarlo che i senatori erano arrivati già da tempo e lo stavano aspettando. Annullare la seduta a quel punto sarebbe stata un'offesa per i magistrati.
Cesare si fidò dell’amico fedelissimo Decimo Bruto, addirittura nominato suo secondo erede nel testamento.
Verso l’ora quinta, circa le undici del mattino, Cesare si mise in cammino, effettuò le pratiche religiose previste ed entrò nella Curia. Il console Marco Antonio rimase fuori trattenuto da Trebonio.
Cesare era senza la guardia del corpo perchè proprio poco tempo prima aveva deciso di abolirle.
I suoi accompagnatori erano solo senatori e cavalieri.
Appena si fu seduto, i congiurati lo attorniarono come per rendergli onore.
Cimbro Tillio cominciò a perorare una sua causa. Cesare fece il gesto di allontanarlo per rinviare la discussione e Tillio lo afferrò per la toga.
Quello era il segnale convenuto per l'assassinio.
Publio Servilio Casca colpì Cesare alla gola. Cesare reagì, afferrò il braccio di Casca e lo trapassò con lo stilo. Tentò di alzarsi in piedi, ma venne colpito un'altra volta.
Cesare vide i pugnali avvicinarsi da ogni parte. Allora si coprì la testa con la toga e con la mano sinistra la distese fino ai piedi. Voleva che la morte lo cogliesse dignitosamente coperto.
Ricevette 33 ferite. Ma solo al primo colpo si lamentò.
Poi ci fu solo silenzio.
Cadde a terra esanime.
I senatori fuggirono in preda al panico.
Rimasero solo i congiurati.
Tre schiavi deposero il cadavere su di una lettiga e lo riportarono a casa.
Cesare aveva 56 anni.
La vigilia delle Idi, discutendo su quale fosse la morte migliore, aveva detto a Marco Lepido "Ad ogni altra ne preferisco una rapida ed improvvisa".
E così era stato.
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